La campagna di Macron e il vicino rumore delle armi

Lettera da Parigi


Decisamente, questa elezione presidenziale rimarrà nella memoria dei francesi come quella esposta al maggiore (e più clamoroso) crescendo di sorprese e di imprevisti, anche nell’ultimo scorcio del suo svolgimento.


Le previsioni, di per sé ragionevoli ed avvalorate anche da indiscrezioni fatte sapientemente filtrare dall’Eliseo, lasciavano presagire un annuncio ufficiale di candidatura del Presidente uscente per la settimana che si conclude e lo collocavano in una finestra temporale compresa tra il tradizionale banchetto del Crif, la federazione delle associazioni e delle istituzioni ebraiche di Francia, e l’inaugurazione del Salone dell’Agricoltura. E ciò per consentire a Emmanuel Macron di vestire ancora i panni ufficiali di Capo dello Stato nella sua pienezza il 24 febbraio sera di fronte all’influente uditorio delle comunità ebraiche di Francia, per indossare poi quelli, meno formali, di candidato nel suo incontro con il “popolo” dell’agro-alimentare, con la sua partecipazione lungo tutta la giornata di sabato 26 alla grande kermesse della Porte de Versailles.

Nel calendario, già accuratamente messo a punto, ha fatto però irruzione lo choc violento della invasione russa dell’Ucraina, che impone al Presidente un esclusivo e monotematico “tour de force”, con l’inevitabile accantonamento di ogni altro impegno. Con lo scontato strascico di polemiche dell’opposizione e nello scompiglio dei palinsesti, in particolare delle quattro principali reti di informazione continua, che sono oramai il frequentatissimo palcoscenico di tutti i candidati.


Invece che di fronte al Crif e ad un selezionato bagno di folla, che lo attendeva con calore e con favorevole propensione, considerandolo tacitamente come un “campione” dell’antisemitismo, Macron, mobilitato dalle disastrose notizie provenienti da Est, dopo la consultazione del G7 in videoconferenza, ieri ha partecipato a Bruxelles al Consiglio Europeo Straordinario, nel quale i leader Ue hanno deciso sanzioni contro Mosca e discusso dell'accoglienza dei rifugiati. In serata ha poi parlato al telefono con il presidente russo, un colloquio definito "franco, diretto e rapido su richiesta del presidente ucraino Zelenski", per chiedere a Putin "di fermare i combattimenti il più presto possibile". Oggi, sollecitato da Macron, avrà luogo il vertice Nato.


È come se la proverbiale dose di “fortuna” che accompagnava il giovane leader dall’inizio della sua avventura politica – persino nell’inanellarsi delle tante crisi che ha dovuto affrontare – si fosse improvvisamente dileguata, lasciandolo senza alternative di fronte al dilemma di un calendario sinora magistralmente scandito e che invece oggi lo incalza imponendogli scadenze, impegni, appuntamenti in sempre più stridente contrasto con la road map e le stringenti obbligazioni dell’ultimo mese di campagna elettorale.


Lo stesso Macron, dopo l’estremo sforzo negoziale messo in atto e la strenua ed aperta rivendicazione del suo operato sino alla vigilia del rovesciamento del tavolo da parte di Putin, è apparso sulle prime accusare il colpo. Molti hanno sottolineato il suo ostinato riserbo nelle prime ore del day after: ha infatti dosato le comunicazioni, ha rinviato le apparizioni televisive dirette e si è limitato a diradati ed asciutti interventi sui social media. Una linea messa a confronto, talvolta con velenosi commenti e stigmatizzazioni, con le solenni dichiarazioni pubbliche di altri players mondiali ed in particolare del Presidente Biden.


Quanto ai suoi oppositori, la destra ultrà paga lo scotto sia della benevolenza sinora sfacciatamente cavalcata a favore del Presidente russo, sia delle imprudenti ed irrealistiche posizioni avverse alla Nato, condite dell’antiamericanismo viscerale (ed inguaribile) delle movenze nazionaliste e identitarie incarnate da Zemmour e Le Pen.


Dal canto suo Mélenchon e la sua compagine populista di sinistra, cerca – con vere e proprie capriole oratorie, nei comizi e in Parlamento – di far dimenticare la foga con la quale, sino a qualche giorno fa, si era schierato imprudentemente a favore di Mosca. E questo, proprio in una fase in cui i sondaggi ne rilevavano una certa ascesa, in una dinamica di unico voto utile per l’elettorato di sinistra e quindi ancora suscettibile di poter essere preso in considerazione per il secondo turno.


La Pécresse, stretta ancora una volta fra la dichiarata volontà di rispettare una paludata solidarietà di fondo con l’Esecutivo di fronte all’emergenza e la tentazione di strumentalizzarne criticamente la linea in suo favore (anche nella speranza di invertire la tendenza per lei sempre meno positiva dei sondaggi) cerca di affermare, moltiplicando le apparizioni pubbliche, una immagine di brinkmanship che stenta però ad attecchire nell’opinione.


Il Presidente ha annunciato nel primo pomeriggio di ieri i suoi prossimi impegni istituzionali, interni e internazionali (una agenda fittissima che non lascia spazi altri da quelli dedicati alla crisi in corso), e con fermezza e solennità si è rivolto ai cittadini con un conciso e solenne discorso televisivo “a reti unificate” che ha diffuso nelle case dei francesi il senso della gravità dell’ora e delle ripercussioni, durevoli ed irreversibili, che la crisi avrà sulla vita e sul futuro di tutti. In ossequio alla Costituzione e allo spirito della Quinta Repubblica, Macron ha anche annunciato di aver indirizzato un messaggio al Parlamento, che verrà letto oggi a Camere riunite dal Presidente dell’Assemblea Nazionale.


“Tutto il resto…è silenzio”, o meglio merita il silenzio, in queste ore gravide per tutti noi – e per lo stesso destino dell’Europa – di angosciosi interrogativi, nel temibile riaffiorare dei peggiori fantasmi del passato.


La campagna elettorale prosegue, è vero; e non potrebbe essere altrimenti. Ma le voci dei contendenti, oltre all’oscuramento di fatto dovuto all’esclusiva priorità riservata da tutti i media al vicino rumore delle armi, sono costrette a conformarsi ad un radicale mutamento di clima e di tono, nel quale il principale contendente in lizza si erge al di sopra di tutti, sul pericoloso crinale di decisioni vitali non tanto per l’esito del prossimo voto, ma soprattutto per il futuro comune.


L’Eliseo, forse per compensare l’oppressiva atmosfera diffusasi nel Paese (come del resto ovunque nel mondo), non smentisce l’indiscrezione che aveva lasciato filtrare qualche giorno fa: se non si menziona per ora alcuna ufficializzazione della ricandidatura presidenziale, si avvalora l’ipotesi che la prima occasione pubblica in cui Macron si prefigge di illustrare il suo progetto ai francesi dovrebbe essere una grande manifestazione pubblica a Marsiglia il 5 marzo prossimo, secondo il rito di un affollato comizio elettorale, che è noto qui – con bizzarro cedimento alla tentazione esterofila, solitamente avversata dal purismo francese – come “meeting”.


E la scelta di Marsiglia non è certo anodina: la metropoli mediterranea incarna, infatti, proprio i due volti, che alcuni vorrebbero antinomici, altri armonicamente associati, di una Francia al tempo stesso fiera della sua storia e della sua identità ma anche della sua tradizione multiculturale e delle sue diversità, con punte di eccellenza e abissi di malessere sociale. La platea ideale per una plastica contrapposizione alla apocalittica raffigurazione declinista dei populisti nostalgici e identitari, della visione relativamente ottimista della ragione illuminata, dell’universalismo, del futuro della costruzione europea propria di Macron e dei suoi. Nel tentare di farla prevalere, il Presidente si trova però improvvisamente di fronte un nuovo, insidioso nemico, Vladimir Putin.


l’Abate Galiani

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