La crisi afghana e i media francesi

Lo smarrimento diffusosi in tutti i principali Paesi occidentali per effetto del repentino e drammatico epilogo della crisi afghana ha trovato nei media francesi del “day after” una sua peculiare e per certi versi sconcertante declinazione.

Praticamente all’unisono, commentatori e politologi di tutte le tendenze si sono essenzialmente concentrati, quantomeno nelle prime settimane, su un impietoso e virulento “j’accuse” nei confronti degli Stati Uniti; non senza una certa superficialità, si sono moltiplicate le analisi intrise dell’abituale antiamericanismo di stampo paleo-gollista, con attacchi espliciti di tipo personale al Presidente Biden, alla sua carente brinkmanship e persino alla sua veneranda età.

Corollario quasi automatico di tale lettura, è stato il ricorso ad un’informazione carente nei più elementari criteri deontologici, tanto sul piano dell’analisi politica quanto su quella narrazione degli sviluppi dell’emergenza.

È così che al telespettatore è stata narrata la vicenda dei rimpatri di connazionali e di rifugiati afghani sotto il profilo quasi esclusivo del ponte aereo disposto da Parigi, tralasciando o addirittura oscurando le altre ben più consistenti iniziative in atto, tra le quali quella italiana.

Ancora più sorprendente è apparsa la scarsità di tempestivi approfondimenti, nel Paese di Tocqueville o di Duroselle, attorno al nuovo ordine – o disordine – mondiale scaturito dall’abbandono occidentale dell’avventura afghana, che pure la Casa Bianca non ha mancato di delineare con chiarezza, qualunque sia la valutazione che si ritenga di dare del discorso di Biden.

Al di là della inveterata abitudine propria alla visione spesso franco-centrica, quasi ombelicale, delle vicende internazionali, molto hanno contribuito ad influenzare questo fuorviante e sbrigativo resoconto un insieme di vicende e di stati d’animo emersi in crescendo nel Paese nel corso dei mesi estivi.

Anzitutto una netta accentuazione della tendenza della destra a indurire e radicalizzare le proprie posizioni, conformandole agli umori (o meglio ai malumori) dell’opinione pubblica. E questo non soltanto negli schieramenti sovranisti e populisti che, con l’avanzata prorompente del polemista Eric Zemmour verso la candidatura per l’Eliseo, fanno oramai a gara a chi si schiera più a destra. Ma anche nelle litigiose schermaglie fra i sempre più numerosi aspiranti neo-gollisti alla designazione per l’aprile prossimo: con ammiccamenti insidiosi e a volte imbarazzanti alle tesi più estreme degli ultra-conservatori.

E se ha suscitato riprovazione nel Partito la sortita del più reazionario dei “candidati alla candidatura”, Eric Ciotti, che ha sfacciatamente dichiarato di preferire Zemmour a Macron, non hanno suscitato qui le polemiche che pur meriterebbero le “fedifraghe” recriminazioni di stampo sovranista contro l’UE (specie in materia di immigrazione e di giustizia) di Michel Barnier, evidentemente dimentico delle sue passate incarnazioni comunitarie ed imbaldanzito dal sostegno di chi lo considera il volto più presentabile (e “presidenziale”) della Destra.

Tutto ciò non fa che aggiungere ulteriori grattacapi ai molti ostacoli di una sinistra ormai polverizzata, costretta ad inserire il tema della grandeur nei suoi programmi, con il ricorso a slogan demagogici come la priorità di una rimonta francese auspicata dall’ex ministro socialista Arnaud Montebourg, ultimo ad essersi iscritto nel lungo elenco degli aspiranti candidati della “gauche”.

Non può inoltre tralasciarsi la comprensibile angoscia dell’opinione pubblica francese per un ritorno prorompente dell’incubo terrorista che l’inizio del processo agli attentatori del 13 novembre 2015, in particolare per la strage del Bataclan, ripropone all’immaginario collettivo.

Di rincalzo, la non ancora conclusa operazione francese nel Sahel e le incognite della situazione libica e più in generale medio-orientale contribuiscono ad accentuare lo stato d’ansia collettivo attorno ai temi del radicalismo islamico e della potenziale recrudescenza di attentati e di nuove violenze.

In questa cornice si staglia con tangibile, plastico risalto la linea dell’Esecutivo, ed in particolare la compostezza, la lucida tempestività, la pragmatica concretezza del Presidente Macron, tanto negli interventi puntuali susseguitisi fin dal discorso del 16 agosto scorso, che nelle iniziative politiche, quali il significativo viaggio in Iraq o l'attivazione con il Regno Unito del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Prendere pragmaticamente atto del nuovo stato di cose nell’ordine mondiale; volgersi ad ormai ineludibili priorità quali l’esigenza di rivedere alla radice le fondamenta stesse dell’Alleanza atlantica; operare in direzione di un’urgente e concreta struttura di difesa e sicurezza europea: sono altrettante idee da sempre nelle corde di Macron, a fondamento del suo lavoro per l’avanzamento del progetto di costruzione europea; aveva fatto scandalo, a suo tempo, la sua denuncia della “morte cerebrale” della Nato …

È intorno a questi temi che si è andata certamente consolidando l’intesa con il Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, da ultimo alla discreta tavola “étoilée“ del “Petit Nice” di Marsiglia, all’insegna del rilancio realistico e consapevole di un multilateralismo possibile, evidente nel sostegno incrociato di Parigi alla paziente tessitura di Palazzo Chigi nel quadro del G20 e di Roma all’avvio delle iniziative francesi all’ONU: in una convergenza che va producendo i suoi primi frutti a Bruxelles.

Ma i media, persino i più paludati quotidiani della capitale francese, sembrano non essersene neppure avveduti: quasi che l’affermarsi di un dialogo privilegiato fra Roma e Parigi, tanto più necessario nel dopo-Brexit e nel limbo tedesco del dopo Merkel e della tradizionale reticenza di Berlino su tali temi, non entrasse ancora nella logica evidente e irrinunciabile per una analisi lucida della attualità mondiale e per concreti avanzamenti del processo di integrazione europea, tanto più se affidati a cooperazioni ristrette e rafforzate.

Evidentemente continua a prevalere, nei confronti del nostro Paese, quel malinteso combinato-disposto di scontata amicizia e ammirazione culturale ma di sostanziale, sussiegosa indifferenza politica.

Anche in questo l’Eliseo continua a volare più alto, ignorando le sterili vacuità del chiacchiericcio politichese. E per ora i sondaggi di opinione – per quello che valgono a sette mesi dall’elezione presidenziale – sembrano continuare a dargli credito.


l’Abate Galiani


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