La destra francese tra seduzione Macron e contrattacco Le Pen

Lettera da Parigi


Quel sipario semi-chiuso che, ancora pochi giorni fa, lasciava solo intravedere alcuni dei primi fermenti dell’immanente campagna elettorale, si va oramai sollevando del tutto. Si moltiplicano di ora in ora i segnali di movimento, con i riflettori puntati sulla costituzione delle liste e la definizione delle candidature alle Regionali del 26 giugno. In controluce, tuttavia – o quantomeno in tutte le interpretazioni che ne danno i media – ogni strategia programmatica, ma anche i più banali tatticismi, vengono analizzati nella prospettiva delle presidenziali del maggio 2022.

Si tralasciano per lo più le peculiarità proprie al carattere essenzialmente “territoriale” della consultazione, con il suo bagaglio di particolarismi e specificità. Appaiono ancora imprecisi i contorni dei temi di fondo o i criteri sostanziali nella selezione dei candidati persino quanto al loro radicamento locale (così rilevante in Francia, tuttora patria del cumulo dei mandati e degli incarichi), per ricercare, a volte col “lanternino”, indizi premonitori in vista della corsa all’Eliseo.

È quindi il momento per un introduttivo “riepilogo generale” del quadro politico e delle forze in campo, partendo dagli schieramenti e dai Partiti tradizionali e mantenendo ancora il “suspense” sulla evoluzione in corso in seno al “Rassemblement National”. Così fu ribattezzato nel 2018 da Marine Le Pen il “Fronte” fondato quarant’anni prima dal padre, quasi a volerne far dimenticare il carattere radicale e bellicoso, non meno che la sua diretta derivazione dall’Ordine Nuovo di marca francese.

In una valutazione condivisa da tutti i principali opinionisti, infatti, l’elaborazione delle modalità di contenuto e di immagine di questo nuovo tentativo (il terzo della figlia dopo i precedenti paterni, altrettanto fallimentari) è in fase ancora preliminare, nella perdurante ricerca di nuovi approcci per un allargamento dei consensi, partendo dallo zoccolo duro degli attuali iscritti e simpatizzanti rimasto sostanzialmente invariato pur nella sua solidità e rilevanza numerica percentuale.

Si tratta soprattutto di individuare, per Marine Le Pen, gli strumenti più acconci a fare finalmente breccia nel bastione consolidato del “Front Républicain” (anche semanticamente evocatore di una “Unione di salvezza nazionale” contro il pericolo comune) di cui si avverte stavolta qualche primo segnale di indebolimento, per effetto del generale smantellamento del precedente “equilibrio politico-istituzionale” provocato dalla “rottamazione” macroniana del 2017.

Come vi ho già riferito, la sinistra socialista è oramai virtualmente liquefatta; né i primi tentativi, ancora in corso, verso una nuova federazione progressista, allargata soprattutto ai verdi, sembrano destinati a decollare, per effetto della zavorra dei consueti personalismi e protagonismi. Senza contare le insidie connaturate con la tentazione di corteggiare le componenti populiste ed antieuropee, di per sé incompatibili con la grande tradizione della Gauche. Questo, non solo per mero opportunismo, ma anche perché è la sinistra per prima ad essere chiamata a dare almeno qualche riscontro al crescente, diffuso “malessere” della società, un “mal di vivere” francese generalizzato, cavalcato e amplificato dai Gilets Jaunes, recentemente ricomparsi per le piazze in occasione delle manifestazioni del Primo maggio, con il loro corredo di violenze e i loro seguiti di “black blocs”. Anche in questa occasione, non sono mancati tafferugli e disordini per le vie di Parigi, con la novità di un inedito scontro frontale a spese di alcuni presidi sindacali della CGT, con tangibili danni alle persone e alle cose. Ulteriormente paradossale è risultato il clamore immediatamente levatosi da sinistra a difesa dei “manifestanti” legittimi, i sindacati appunto. Anziché prendersela con i gruppuscoli più scalmanati, esponenti anche autorevoli della Gauche hanno chiamato apertamente in causa le Forze dell’Ordine, stavolta considerate troppo timide nella repressione, laddove da mesi si è consolidata la ricorrente condanna per i metodi brutali nell’azione di contenimento delle derive violente di piazza, con pericolosi strascichi di demonizzazione di una Polizia già allo stremo delle forze. La più recente uccisione di un agente ad Avignone ha ulteriormente accentuato questo stato d’animo.

Ma la frammentazione della Gauche deve condurci ad analizzare le analoghe vicissitudini, meno clamorose forse, ma altrettanto insidiose, in seno alla cosiddetta Destra classica. Così viene sinteticamente definito lo schieramento politico liberal-conservatore che più a lungo ha governato il Paese dal dopoguerra ad oggi, ad eccezione del doppio settennato di Mitterrand e del breve mandato unico di François Hollande.

Abbiamo spesso lamentato in Italia la scarsa attenzione se non la negligenza qui prevalente rispetto ad una aggiornata lettura delle “fibrillazioni” della nostra politica, tacciata di bizantinismo e di scarsa trasparenza. Una svogliatezza che non ha però impedito il meravigliato apprezzamento manifestato per alcune pietre miliari nella storia della nostra vita democratica, come il “compromesso” storico o la più recente “rottamazione” renziana: al riguardo non si esita qui a decantare l’Italia, laboratorio politico e fucina di idee nuove, forse in contrapposizione alla staticità di un sistema che, pur con la flessibilità della sua Carta fondamentale, finisce per trovare la via di autentici cambiamenti solo con il ricorso a cesure radicali, talvolta violente, a partire dalla Rivoluzione sino al Sessantotto.

Questa premessa sembra attagliarsi perfettamente all’attualità di questi giorni. La difficoltà sperimentata talvolta dagli opinionisti francesi nel decifrare una lettura corretta delle vicende italiane non è dissimile dal disarmato stupore che ha accompagnato il “feuilleton” della presentazione della lista del centro-destra per il rinnovo dei Consigli e dei Presidenti nella Regione PACA. Si tratta della nuova conglomerazione di sei Dipartimenti nelle antiche Provenza, Alpi marittime e Costa Azzurra: principale espressione – con metropoli come Marsiglia e Nizza – della dimensione e del profilo mediterraneo dell’Esagono e una delle roccaforti storiche del Clan Le Pen. Con un susseguirsi di colpi di scena degno di un “vaudeville”, il prologo del melodramma si è sostanziato nel solenne annuncio di una vera e propria alleanza elettorale conclusa fra la REM, il Partito del Presidente e “I repubblicani”, la più recente delle tante sigle e denominazioni che ha adottato negli anni il movimento politico fondato dal Generale De Gaulle.

“I Repubblicani” e il loro candidato ufficiale per il “Governatorato” PACA, il Presidente uscente Muselier, influente esponente del partito, già Vice Ministro e parlamentare, ne hanno dato l’annuncio pubblico alla presenza del Primo Ministro Castex, appositamente convenuto a Marsiglia (quindi con l’investitura formale dello stesso Macron). È stato enfaticamente indicato, nel corso di una conferenza-stampa che la “maggioranza presidenziale” si sarebbe astenuta dal presentare un suo candidato ed una propria lista per confluire in quella di Muselier, dando così vita ad una coalizione allargata anche ad alcune componenti ecologiste attorno ad un programma comune.

Mentre ancora si moltiplicavano dietro le quinte commenti ed analisi su questa inedita iniziativa, il sipario si è riaperto sul Primo Atto, sull’onda di un contrordine di segno radicalmente opposto, con il ritiro da parte dei vertici nazionali del partito all’investitura ufficiale di Muselier e la sconfessione di ogni ipotesi di alleanza con la maggioranza presidenziale, liquidata polemicamente alla stregua di quel che da noi si sarebbe definito un “inciucio”.

I seguiti, sempre su toni melodrammatici, non si sono fatti attendere: in un secondo atto, e dopo dibattiti intestini fra i “maggiorenti” dei Républicains, l’investitura a Muselier è stata ripristinata ma a condizione che egli si impegni a formare una lista nella quale non compaiano parlamentari o esponenti governativi di fede (e di casacca) macroniana. Muselier ha accettato a denti stretti e nelle sue ultime dichiarazioni ha lasciato capire che avrebbe operato scelte oculate, non escludendo a priori l’inclusione di quelli che in Italia potremmo definire “tecnici di area” vicini al Presidente.

I lavori sono ancora in corso, ma prima dell’epilogo è per ora da registrare un corposo intermezzo, o forse un terzo atto, con le clamorose dimissioni dal Partito degli influenti Christian Estrosi e Hubert Falco, importanti Sindaci rispettivamente di Nizza e di Tolone: nel loro lungo “cursus honorum” entrambi vantano numerose partecipazioni a Governi di centro- destra, con portafogli anche significativi ed una antica militanza nel gollismo tradizionale. In tale veste e come ex-parlamentari, la loro decisione rappresenta di per sé un colpo non indifferente, cui s’aggiunge, nella prospettiva elettorale, il peso specifico dei consensi che raccolgono in virtù del loro radicamento territoriale. Ma vi è di più: Estrosi – cui la gestione dei seguiti dell’attentato terroristico a Nizza, poi dell’emergenza sanitaria, hanno conferito popolarità e visibilità crescenti - non fa mistero di voler continuare a perseguire una strategia di lungo periodo da lui elaborata già da qualche tempo. I dietrologi più accaniti vi ravvisano lo “zampino” del suo antico protettore, Nicolas Sarkozy, che ormai – anche per le disavventure giudiziarie in cui è ancora impigliato - è fuori dai giochi diretti, ma non rinuncia ad un possibile ruolo di “King Maker”. L’dea di Estrosi è semplice ed in fondo lineare: sottoporre al suo Partito il sacrificio della rinuncia al prossimo quinquennato, a fronte dell’affannosa e ancora vana ricerca di una personalità carismatica da contrapporre da destra a Macron e considerata la crescente convergenza sui programmi fra il Presidente uscente ed il centro-destra. Più complesse e non ancora definite, la piattaforma negoziale e le possibili contropartite attorno alle quali finalizzare una possibile intesa, che pure nei fatti già vede negli incarichi chiave e nei portafogli “sovrani” (Primo Ministro, Interni, Economia) alcuni importanti ex-Républicains associatisi con entusiasmo all’avventura del “Presidente – Premier Consul.”

Ho cercato di sintetizzare il dilemma in cui si dibatte oggi la “Droite classique”, passata dall’essere un duraturo monolite centrale nella gestione della cosa pubblica, ad una dimensione più paragonabile (nel nostro immaginario) ad una statica ed infragilita “balena bianca”, sino alla attuale frammentazione che ne fa un arcipelago impoverito dalle defezioni di molti dei suoi uomini più promettenti.

Non a caso, i commentatori che osano aderire anche pubblicamente alla tesi favorevole ad un secondo mandato del Presidente, fondato stavolta su un asse più esplicitamente centrato attorno a un programma consensuale con il centro-destra, si limitano ad osservare, non senza una punta di compiacimento, che il disegno originario di Macron si è realizzato con la destrutturazione della destra classica. I meno benevoli, e con loro gli esponenti de “Les Républicains” (inclusi naturalmente gli aspiranti candidati), criticano con crescente asprezza, e non senza aperto spirito di rivalsa, la inconsistenza di un disegno mirante solo a destabilizzare la loro parte politica, senza per ora aver dato prova di sapere anche costruire e non solo demolire. In conclusione: se l’intendimento dichiarato del centro destra è ormai quello di contrapporre un candidato “presidenziabile” che sappia battere l’incumbent e al tempo stesso tenere a bada il “pericolo Le Pen”, la strada è ancora lunga e scoscesa. Nel processo di selezione – che si passi o meno per il meccanismo controverso delle primarie – i due “cavalli di razza” nettamente in testa nei sondaggi hanno entrambi lasciato il Partito: Xavier Bertrand e Valérie Pécresse, oltre a non disporre più in quanto “fuoriusciti” del crisma di appartenenza ai “Républicains”, sono entrambi Presidenti di Regione (le importanti Hauts de France e Ile de France) e sul loro attuale mandato fondano le loro chances, nell’alea contrapposta di guadagnare consensi nella corsa successiva o di perderli con la abdicazione dal loro attuale impegno. Si scaldano quindi in panchina alcune “riserve” qualificate come Laurent Wauquiez, già Segretario del Partito, pronto a subentrare a capo di una svolta a destra di stampo più decisamente “gollista”, o lo stesso Michel Barnier, qualora la campagna elettorale di Macron dovesse conoscere nuovi, imprevedibili affanni ed imboccare una parabola discendente. Ma le prime lacune dell’accordo Brexit, da lui negoziato, con la minacciosa comparsa di navi da guerra francesi e inglesi a largo di Jersey intorno alla irrisolta controversia sulla pesca, non sembrano di buon auspicio per rafforzare una sua ancora pallida immagine pubblica.

Sarà significativo continuare ad osservare le mosse dei principali sodàli di Macron, sul fianco destro, come i già menzionati Ministri dell’Economia Bruno Le Maire e dell’Interno, Gerald Darmanin. Il primo sull’onda del buon risultato del Piano nazionale di sostegno economico e sociale, suscettibile di essere ulteriormente valorizzato con l’arrivo dei Fondi europei. Il secondo alle prese con il delicatissimo dossier della sicurezza interna in tutte le sue declinazioni, che affronta con determinazione e una certa temerarietà, anche per cercare di contenere la sistematica offensiva sul tema che ormai pervade ogni apparizione pubblica di Marine Le Pen. Decisiva, infine, potrà rivelarsi la cifra alla quale si ispirerà l’ipotetica “discesa in campo” dell’ex Primo Ministro Edouard Philippe, che tiene per ora le carte coperte e che gode, fra tutti i leaders d’animo e di estrazione neo-gollista, della più alta popolarità nei sondaggi.

I seguiti, necessariamente, ad una prossima corrispondenza! Avendo a mente una efficace definizione di Emmanuel Macron che circola qui con frequente insistenza: “Un giovane Presidente col cuore che batte a sinistra ed una mente che ragiona a destra”.


l’Abate Galiani

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