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La politica economica deve cambiare passo

La flessione dell’attività economica causata dalla pandemia nei primi sei mesi di quest’anno ha dettato la risposta del governo: si è trattato essenzialmente di assicurare nella misura del possibile la continuità dei redditi delle categorie e delle persone colpite. È stata insieme una risposta suggerita dall’esigenza sociale di non veder piombare nella povertà i settori colpiti dalla chiusura delle attività economiche e un tentativo di evitare un crollo della domanda in conseguenza della caduta dei redditi. Non c’era altra strada rispetto a quella che si è seguita. L’aumento del deficit pubblico è più o meno corrispondente alla flessione del reddito nazionale. Oggi il Senato dovrebbe approvare l’ultimo scostamento del bilancio che riflette questa politica. Sarebbe irresponsabile se lo scostamento non venisse approvato. Ed è dunque assai improbabile che si verifichi un qualche incidente.

Ma se i provvedimenti degli scorsi mesi sono stati dettati dall’emergenza, la politica economica del 2021 non può essere la stessa del 2020. Mentre nelle condizioni eccezionali piombateci addosso all’inizio dell’anno non si poteva fare altro che distribuire risorse per difendere le entrate delle categorie colpite, ora si tratta di pensare alla ripresa. Le previsioni indicano un rimbalzo di 5 o 6 punti percentuali di reddito rispetto a una flessione che quest’anno si collocherà fra il 9 e il 10 per cento. Bisognerebbe aggiungere un elemento di sostegno rispetto al rimbalzo spontaneo. Ed è questo che finora non vediamo indicato con chiarezza nei documenti del governo.

Come è stato osservato da molti, ed in particolare dalla Banca d’Italia, in questi mesi la propensione al risparmio è aumentata perché le preoccupazioni per il futuro non incoraggiano a spendere. Dunque la via del sostegno dei redditi non è la più efficace per sostenere la ripresa. Serve una spesa diretta per investimenti pubblici. Servirebbe un programma straordinario di opere pubbliche che dovrebbe iniziare subito e svilupparsi con forza nel corso del 2021. Un programma di questo genere avrebbe un effetto espansivo sicuro: inciderebbe sui livelli della disoccupazione, creerebbe redditi aggiuntivi, avrebbe un effetto moltiplicatore sulle industrie, come la siderurgia, chiamate a produrre per i lavori pubblici.

Noi francamente di questo programma non vediamo alcun segno nei documenti e nelle azioni dell’esecutivo. La cosiddetta Nota Aggiuntiva al Def ci è parsa assolutamente vuota di propositi concreti. I ministeri conducono il loro tran-tran. Del Recovery Fund non si sente più parlare, non solo perché ritarda l’Europa, ma perché probabilmente, in attesa dell’Europa, non si sta facendo nulla in Italia. Che cosa impedirebbe, sapendo le direzioni in cui andrà il Next generation EU, di cominciare ad anticipare dei progetti coerenti con quella impostazione fin dall’inizio dell’anno 2021?

La batosta subita dai 5 Stelle nelle recenti elezioni regionali poteva avere sia l’effetto di destabilizzare l’alleanza di governo, sia di rafforzarla come unica ancora di salvataggio di un movimento destinato ad essere decimato nelle elezioni politiche. Poiché sembra che stia prevalendo questo secondo esito, il governo dovrebbe cominciare a guardare oltre l’emergenza economica e lavorare su un programma di ripresa economica duratura. Altrimenti sarebbe meglio pensare ad altro.

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