La volata finale, Macron sfida i sovranisti

Lettera da Parigi


Più di ogni altro sistema elettorale, il meccanismo previsto per l’elezione del Presidente nella Quinta Repubblica implica che l’interminabile maratona di selezione da parte delle forze politiche si traduca negli ultimi mesi in un’autentica volata finale: in una accelerazione del confronto fra programmi ed idee, oltre al vaglio della personalità e del carisma dei “presidenziabili”, esposta di per sé ad imprevisti ed a svolte repentine.


Fra questi, sono centrali l’indice degli umori del popolo francese, quanto mai volatile ed incline alla protesta, e la vocazione a tradurre lo scontento in mobilitazioni di categorie sempre pronte a manifestare in piazza.


In particolare, lo spettro dei gilets gialli, apparentemente vanificatisi nelle forme organizzate del passato ma sempre in agguato, turba le previsioni e le aspettative, costituendo una incognita indecifrabile, quasi quanto quella della portata del paventato astensionismo nei ricorrenti sondaggi.


Tuttavia, il sistematico rilevamento delle intenzioni di voto, che alimenta sempre più le strategie elettorali dei vari candidati ed i loro diuturni aggiustamenti (non di rado demagogici e contraddittori), non sembra per ora esposto a radicali sommovimenti.


In estrema sintesi, il Presidente uscente guida sempre con un confortevole margine l’assottigliato drappello degli aspiranti suscettibili di superare il primo turno il 10 aprile, mentre sembra tramontare ogni ipotesi di qualificazione della frammentata sinistra (con sei contendenti che si fanno le scarpe tra loro).


A destra, i giochi sono sempre aperti fra Le Pen, Zemmour e Pécresse che oramai solo una lettura farisaica tenta di differenziare da una lotta fratricida fra estremismi assimilabili, di sapore sovranista e populista. È infatti bastata l’infelice sortita della candidata “neo-gollista” sui muri e sui fili spinati alle frontiere europee, seguita al suo dichiarato disegno di schierare l’esercito a presidio delle banlieues, per farla qualificare da quasi tutti gli opinionisti come “polarizzata”, almeno in questa fase, su posizioni di destra estrema all’inseguimento dei suoi due competitors.


Eppure qualcosa si muove. Le quotazioni di Macron, stabili quantomeno fin dall’inizio dell’estate, si sono erose nell’arco di una sola settimana di almeno due punti, con speculari travasi tanto a destra che a sinistra. Ma al di là delle rilevazioni e delle loro evoluzioni numeriche, per ora impercettibili ed ancora mutevoli, sale dal Paese un sordo brusio di malcontento, di impazienza, di frustrazione, tradottosi la settimana scorsa, oltre che nelle immancabili chiassate degli antivax (cui si associa una nutrita compagine di fiancheggiatori “in giallo”), nella grande manifestazione sindacale dell’educazione nazionale che ha accompagnato una giornata di sciopero e ha paralizzato le scuole pubbliche di ogni ordine e grado.


Un brutto segnale per l’Eliseo e per il Ministro della Pubblica Istruzione Jean Michel Blanquer (l’amico fedelissimo di “casa Macron”), sinora elogiato da tutti per la tenacia con cui aveva perseguito e raggiunto l’obiettivo di tenere aperte le scuole, con una percentuale di giorni di insegnamento fra le più alte in Europa.


Improvvisamente, per il ”pasticcio” del quasi kafkiano sovrapporsi di protocolli sanitari dell’ultim’ora (un intreccio indigesto di imposizioni di test agli allievi e di misure per l’isolamento in quarantena) a fronte del dilagare di Omicron proprio alla riapertura dopo le feste, su Blanquer si è abbattuta una tempesta di critiche – con ultimative richieste di dimissioni – condivise dalle associazioni dei genitori e da tutto il corpo insegnante e dirigente della Pubblica Istruzione, normalmente frammentato in una miriade di sigle sindacali e ondivago quanto all’orientamento ideologico e partitico. Una frammentazione che sinora l’era Macron era riuscita in parte a ricompattare e che rappresenta da sempre, nella tradizione politica francese, una potente fazione di sostegno o di contrasto per il Presidente in carica.


La ciliegina sulla torta, che ha riacceso le fibrillazioni del settore scolastico, è arrivata con una malevola insinuazione (sotto forma di un “gossip” di cronaca rosa) diffusa da Mediapart, la stessa scandalistica fonte on line che nel 2017 aveva inferto il colpo mortale alla candidatura Fillon divulgando la sua colpevole disinvoltura nel ricevere costosi doni e nell’impiegare fittiziamente moglie e figli nella sua segreteria. Si è appreso che nei giorni più caldi della riapertura invernale, il Ministro impartiva i suoi ordini ai provveditorati non già dal suo ufficio della rue de Grenelle, ma da Ibiza, dove era in vacanza. L’esplosione del “Blanquer Gate” non si è ancora riassorbita, anzi monopolizza tuttora il dibattito mediatico e politico e sembra aver azzerato il soddisfacente consuntivo del Governo, e del Ministro, in campo scolastico ed educativo. Sembra perfino poter stingere sulla fiducia, tuttora maggioritaria, riposta dall’opinione pubblica sull’operato del Presidente.


Ma anche l’altro asso nella manica che ha fin qui assicurato all’Eliseo un confortevole margine di vantaggio sulle opposizioni – l’apprezzamento per la gestione dell’emergenza pandemica – appare infragilito. L’impazienza dei francesi a fronte dell’attuale, ennesima ondata pandemica e le contraddizioni fra l’accentuazione drammatica delle anticipazioni sull’impatto di Omicron e le risultanze scientifiche meno allarmanti, rimettono in questione l’intera linea governativa. Da più parti si reclamano – spesso senza la misura e la prudenza necessarie – decise riaperture in linea, per esempio, con quelle del Regno Unito. Si rimprovera in particolare al Presidente di trincerarsi dietro un’emergenza enfatizzata ad arte per poter continuare a temporeggiare nel dichiararsi ufficialmente candidato, monopolizzando così attorno alla sola questione sanitaria i tempi e le modalità della campagna.


Serpeggia sempre più la sensazione che, di fronte a queste sollecitazioni ed al deterioramento dello stato d’animo generale - che favoriscono essenzialmente i suoi oppositori - il Presidente dovrà rompere gli indugi e scendere formalmente nell’agone della campagna. Vi è chi azzarda l’ipotesi che egli attenda l’entrata in vigore della legge sul pass vaccinale (dopo il vaglio ultimo del Consiglio Costituzionale) insieme ad un auspicato rasserenamento dei dati epidemici, per dichiararsi ufficialmente candidato. Ed ogni giorno fra la fine del mese e l’inizio di febbraio potrebbe essere quello buono.


Quasi a segnare un’anticipazione dell'asse centrale del suo progetto politico, Macron (che molti riferiscono mordere il freno nel desiderio di scendere in campo) ha “battuto” un colpo significativo con il suo discorso inaugurale di inizio-Presidenza a Strasburgo su cui si sono concentrati tutti i riflettori mediatici, unanimi nell’analisi che il suo appassionato manifesto europeo – e soprattutto le particolareggiate repliche alle interrogazioni rivoltegli, fra cui quelle, davvero poco edificanti dei deputati francesi – erano indirizzati contestualmente al più vasto uditorio dell’elettorato nazionale. Ma su questo torneremo con una più approfondita riflessione.


Certo è che la cifra adottata a Strasburgo dal giovane leader francese anticipa con chiarezza il suo intendimento di lanciare una seconda volta la propria sfida - nel nome del superamento della classica contrapposizione fra destra e sinistra - alle dilaganti tentazioni sovraniste e populiste. Si delinea così nel Paese un possibile duello – in fondo in linea con il dibattito in corso nella società francese – fra una visione aperta, progressista, europea e una concezione conservatrice nazionalista ed identitaria, avversa, o quantomeno sorda all’idea di una avanzata del progetto di costruzione europea.


Ma in tal modo si apre una partita più vasta, decisiva anche per noi tutti europei, in una congiuntura generale di fragilità e di incertezza, che non può non lasciarci col fiato sospeso, per l’esito ancora imprevedibile delle singole scelte epocali che attendono a giorni anche l'Italia e che per i prossimi mesi segneranno il lento e complesso rodaggio del nuovo Cancellierato in Germania; senza dimenticare l’inquietudine crescente per gli equilibri interni e per la stessa tenuta della grande democrazia americana e la minaccia di faide e contrasti violenti ad Est.


Auguriamoci che le promesse di una nuova Europa, i tre capisaldi enunciati a Strasburgo da Macron per propugnare il proseguimento ed il rinnovamento del processo di costruzione europea - democrazia e stato di diritto; progresso sociale, ambientale e tecnologico; pace nell’equilibrio della ragione - siano di buon auspicio e possano risultare ancora vincenti. Qui si vivono con qualche apprensione e li si valuta come una scommessa aperta e dagli esiti incerti.

L’Abate Galiani

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