Legislative, secondo turno ad alta tensione

Lettera da Parigi


La finalissima di domenica 19 giugno – con la conclusione delle elezioni legislative – si annuncia al calor bianco ed ha nuovamente interrotto l’ingannevole bonaccia registratasi sulla scena politica e mediatica francese dopo la rielezione del Presidente Macron. Si susseguono, su tutte le reti televisive e sulla stampa, gli accorati appelli dei principali protagonisti dell’ultima, decisiva volata verso l’ormai imminente traguardo del secondo turno.


Il panorama di insieme emerso da un primo turno funestato da un’astensione senza precedenti, che ha varcato la soglia anche simbolica del 50%, rispecchia impietosamente la “balcanizzazione” della rappresentanza politica francese: basti pensare che le due principali coalizioni (autentici “cartelli” elettorali, più che compatte formazioni politiche), nel disputarsi stizzosamente il simbolico primo posto in un sostanziale pareggio, finiscono ciascuna per rappresentare – diffalcata la massiccia diserzione delle urne – non più dell’undici per cento rispettivo della popolazione: quella che non ha ancora ripudiato la sua fiducia nella democrazia rappresentativa.


Se vigesse anche qui un sistema elettorale proporzionale, i colori dell’arcobaleno sarebbero probabilmente insufficienti a simboleggiare, nei grafici predisposti dalle innumerevoli proiezioni dei sondaggisti, le specifiche entità (partiti e movimenti vecchi e nuovi) che riempiranno i 577 scranni dell’emiciclo del Palais Bourbon.


Appare quindi arduo aderire acriticamente allo stuolo di commentatori di ogni parte politica che decanta – definendola un’operazione politica di storica portata – l’affermazione indiscussa della Nupes di Mélenchon, contrapponendola alla pallida e deludente performance della maggioranza presidenziale; con la chiosa in calce del riconoscimento – certamente non immeritato – del buon risultato ottenuto dalla terza formazione in graduatoria, il Rassemblement National di Marine Le Pen.


Non v’è dubbio che all’anziano tribuno social-populista vada riconosciuto il merito di aver resuscitato, in pochi mesi, l’ectoplasma della Gauche francese, ricondotta, dagli inferi in cui era precipitata, al ruolo di coprotagonista sul proscenio della vita politica del Paese; ed una delle arrischiate scommesse di Mélenchon – quella di strappare alla destra radicale il gonfalone di principale forza dell’opposizione – e di inviare all’Assemblea Nazionale una folta (quanto variopinta) delegazione di parlamentari che darà ulteriore filo da torcere all’Eliseo ed all’Esecutivo, è certamente stata messa a segno fin d’ora.


Ma le certezze di Mélenchon, ad oggi, si fermano qui. Permettono già di escludere che il suo successo si trasformi rapidamente in una mera vittoria di Pirro; ma sembra poco probabile che si realizzi – a meno di una vera e propria resipiscenza degli astensionisti – la sua ambizione ad occupare il posto di Capo dell’Esecutivo, costringendo Macron ad una impossibile coabitazione, secondo il fuorviante ma efficace slogan da lui adottato: “Eleggetemi Primo Ministro!”.


È vero che in numerosi collegi la Nupes è in testa – e, in alcuni casi, distanzia nettamente gli sfidanti di Ensemble, fra i quali tre Ministri (ed in particolare, eliminato da subito il pur autorevole Blanquer, i giovani emergenti Beaune e de Montchalin) o minaccia da vicino alcune personalità di spicco della cosiddetta “Macronia”, come il capogruppo Castaner o lo stesso Presidente dell’Assemblea Ferrand, fedelissimi marcheurs della prima ora. Tuttavia, i pronostici rimangono cautamente in favore della coalizione presidenziale, con soglie tali da assicurare a Macron da un minimo della maggioranza relativa ad un massimo di una maggioranza assoluta; risicata però, e probabilmente di pochi seggi superiore alla quota base di 289 deputati (la metà più uno degli eletti).


L’olimpica calma esibita da Macron, accompagnata da sobrie dichiarazioni iniziali, non è valsa peraltro a nascondere una certa febbrilità sotterranea negli ambienti della maggioranza, che la Prima Ministra Borne non è riuscita del tutto a contenere e che viene d’ora in ora scrutata – per lo più malevolmente – dai media. Se Marine Le Pen, dal canto suo, li accusa di aver fatto di Mélenchon il nuovo “idolo” del momento, non manca di assecondarli quando si soffermano con puntigliosità su alcune sfumature contrastanti nelle prese di posizione degli esponenti della maggioranza: con particolare riguardo alla linea da tenere a fronte di quei ballottaggi (poco più di una cinquantina) da cui Ensemble è esclusa e che vedono confrontarsi destra e sinistra radicali.

Mentre la parola d’ordine iniziale era quella di escludere pregiudizialmente consegne di voto favorevoli all’estrema destra e di riservare un benevolo vaglio alle candidature della sinistra provviste di solide garanzie di rispetto dei valori democratici, repubblicani ed europei (quelle, cioè, meno indigeste provenienti dai socialisti, dai verdi e dagli stessi comunisti di Roussel), in queste ultime ore la musica di insieme sta cambiando e sembra dover accompagnare, nei prossimi giorni l’agenda e gli impegni di Macron, atteso all’estero per importanti appuntamenti internazionali.


A dare il “la” a questo nuovo e più armonico leit motiv ha pensato il Presidente in persona con un vibrante invito, dalla scaletta dell’aereo in partenza per la Romania, alla partecipazione al voto e ad una convergenza sulle liste suscettibili di dargli una maggioranza per poter governare. I media unanimi hanno sprezzantemente stigmatizzato l’inedita iniziativa, nella forma e nella sostanza. È stata condannata anzitutto la scelta del luogo e del momento, paragonata addirittura a modelli di comunicazione importati dalla tradizione americana, con velenosi riferimenti a Trump. Altrettanto categorica la stroncatura dei contenuti, tanto per la grave e preoccupata denuncia di una situazione che potrebbe aggiungere una crisi istituzionale tutta francese a quella globale, quanto per il riferimento ai valori – qui consacrati nella formula intraducibile: républicains – che equivale ad escludere parallelamente dall’arco costituzionale l’estrema destra ma anche la sinistra populista e radicale. In un primo momento, si è accusato Macron di drammatizzare, a dimostrazione che l’avvio del secondo mandato lo ha visto agire in preda ad una sorta di rassegnato smarrimento. E Mélenchon ne ha ampiamente profittato con sarcastici e sferzanti commenti sulla… fuga in aereo del Presidente, mentre in Patria la sua nave ammiraglia affonda!


A sostanziare il fondamento del campanello d’allarme risuonato nelle parole del Presidente, hanno subito provveduto i suoi principali sodali, in una coordinata iniziativa mediatica che ha visto convergere il centrista Bayrou e il Presidente dell’Assemblea Nazionale Ferrand, assieme a Edouard Philippe, la prima ministra Borne e il ministro dell’Economia Le Maire, unanimi nel denunciare le oggettive, macroscopiche negatività proprie al programma (economico ed internazionale) della Nupes. Una condanna corale cui si è unito il pur equilibrato Presidente del Medef (la Confindustria francese) che valuta il danno potenziale del progetto di Mélenchon paragonabile a quello arrecato alla Grecia dal primo Tsipras o, al di là dell’Europa, dalla catastrofe venezuelana di Maduro.


La demonizzazione di Mélenchon può forse ancora rivelarsi un’arma a doppio taglio. Ma a condizionare l’andamento di questo ultimo scorcio di campagna, sono arrivate le immagini da Kiev, prima fra tutte l’istantanea di Macron intento all’informale conciliabolo ferroviario con il Cancelliere Scholz e il Presidente Draghi, che ha costretto i media a spostare gli obiettivi dalle baruffe galliche al contesto più vasto della crisi europea e mondiale.

Per inciso, si scopre come per incanto il peso specifico e la rilevanza di un ruolo da coprotagonista dell’Italia (di cui si ricordano all’improvviso gli atouts politici, economici ed industriali). Tuttavia, al di là della soddisfazione per questa svolta nella tradizionale concezione francese delle relazioni fra sorelle latine (per merito di Macron e di Draghi), è difficile valutare quale impatto l’incontro di Kiev potrà avere sull’orientamento degli elettori domenica prossima.


Quel che rileva per ora è il riconoscimento della portata e della tenacia dell’impegno del giovane Presidente a difesa della ragione ed a favore di una storica promozione del multilateralismo possibile ed efficace (così innovativo rispetto al radicato sentimento nazionale e allo storico ed incorreggibile orgoglio francese). Ed è questa la chiave nella quale interpretare la sua lotta senza quartiere contro gli opposti estremismi del populismo e del sovranismo, accomunati in Francia più che altrove dall’aperto antagonismo all’ineluttabilità della mondializzazione: una avversione che né lo sterile, nostalgico richiamo alle glorie passate dello Stato Nazione, né le fughe in avanti di una agognata conduzione plebiscitaria di una democrazia “di popolo” sono suscettibili di tradurre in politiche e in risultati concreti.


Resta solo da augurarsi che nei due ultimi giorni prima del voto, questa verità, plasticamente riflessa nelle immagini provenienti dall’Ucraina, illumini la determinante scelta dei francesi.


l'Abate Galiani


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