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Ma Trump sapeva del blitz?

  • 16 minuti fa
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Non abbiamo trovato nei giornali di stamani una risposta alla domanda che ci siamo fatti ieri dopo l’annuncio dell’omicidio di Ali Larijani in un blitz delle forze armate israeliane: l’operazione che ha condotto all’eliminazione del capo del Consiglio supremo della sicurezza iraniano è stata concordata fra Israele e gli Stati Uniti o si tratta di un’azione decisa autonomamente da Israele? È una domanda rilevante perché, come si è letto nei giorni scorsi, Laranjani era considerato uno dei possibili interlocutori degli Stati Uniti per porre fine al conflitto.

Noi abbiamo già scritto sul Commento Politico, e continuiamo a pensare, che gli obiettivi perseguiti dal governo di Israele in questa guerra siano diversi da quelli, peraltro mai esposti chiaramente, del governo americano. Netanyahu, in una dichiarazione insolitamente franca, ha dichiarato il giorno stesso dell’inizio delle operazioni che egli perseguiva da trenta anni l’obiettivo di convincere gli Stati Uniti a muovere guerra contro l’Iran e giungere al rovesciamento del regime. Non si tratta di impedire che l’Iran si doti di armi atomiche o di missili balistici: questi sono certamente obiettivi indispensabili, ma lo scopo vero di Israele è una guerra che porti a sradicare il regime degli ayatollah.

Netanyahu  è riuscito a convincere Trump. Ma per il Presidente degli Stati Uniti una lunga guerra e magari l’impegno diretto di soldati americani sul terreno non è un’opzione. È evidente fin dal primo giorno che Trump è alla ricerca di un modo per uscire presto dal conflitto. Sa che l’opinione americana è contraria alla guerra, constata che ormai anche molti dei suoi dissentono da lui, teme le conseguenze elettorali di una guerra prolungata. Per questo proclama di aver già raggiunto i suoi obiettivi e di essere pronto a ritirarsi.

L’uccisione di Larinjani non va nella direzione che Trump auspica: rischia, come scrivono molti commentatori, di rafforzare l’ala oltranzista del regime iraniano e di rendere più dura la reazione militare. È difficile pensare che lo strike israeliano abbia avuto il via esplicito americano, anche se non è escluso che ai vertici degli Stati Uniti la confusione sia massima e si scontrino diverse posizioni.

Certamente uccidere i possibili interIocutori degli Stati Uniti non è un modo per avvicinare la fine della guerra, semmai è un modo per provocare un maggiore coinvolgimento militare degli Stati Uniti nel conflitto.

C’è anche il tema delle elezioni politiche in Israele, previste per l’anno in corso. Con una guerra aperta con l’Iran, la possibilità per Netanyahu di vincere è ben maggiore di quella che vi sarebbe qualora il conflitto fosse risolto. Infine,  le operazioni in Libano e in Cisgiordania godono di una maggiore “invisibilità” nel clima di un conflitto generalizzato di tutti contro tutti.

Per questo è inevitabile chiedersi se l’uccisione di Larijani sia parte di una decisione presa insieme da Stati Uniti ed Israele oppure no. È difficile che si arrivi a una risposta chiara, ma la domanda è, ci pare, assolutamente legittima.  


18 marzo 2026

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