• Il Commento Politico

Michele Spera: una vita nel segno

A Roma, Via Piccolomini è una bella strada nella zona dell’Aurelia Antica dal cui belvedere, specie di sera, si gode una emozionante vista della cupola di San Pietro splendidamente illuminata. Per il gioco prospettico degli eleganti palazzi ai lati, la via è dotata di un singolare effetto ottico per cui più ci si allontana dalla cupola di San Pietro, più questa sembra ingrandirsi; più ci si avvicina, più sembra rimpicciolirsi.

E quindi non poteva non trovarsi che da quelle parti, su Via San Damaso che da Via Gregorio VII e dopo un paio di dolomitici tornanti si inerpica sul colle dove troneggia Via Piccolomini, lo storico studio di Michele Spera, un vero e proprio artista oltre che fine intellettuale, che con gli effetti ottici gioca da sempre traducendoli in immagini evocative, studio che dagli anni ottanta associa anche il figlio Gerardo, diventando così lo studio “Spera & Spera”.

Michele Spera da decenni è uno dei più grandi Maestri di graphic design – come si evince, per i pochi che non lo conoscono, dal suo curriculum vitae - di quanti cioè sono in grado di “unire capacità artistiche e tecnologiche con l’obiettivo di comunicare idee attraverso le immagini”.

La formazione culturale, politica e professionale

Oltre ad essere uno dei Maestri del graphic design, Michele Spera ha insegnato presso prestigiosi Istituti ed Università italiane ed estere, autore di pubblicazioni e libri, recensito da autorevoli esponenti del mondo della cultura, della comunicazione e della politica.

In una intervista a “Designculture” Michele Spera, tra l’altro, narra come nacque la sua passione per il graphic design: “Il mio primo approccio alla grafica, al liceo “Quinto Orazio Flacco” di Potenza, fu nel costante rifacimento delle copertine dei libri di scuola. Puntualmente le ridisegnavo e le sostituivo alle brutte copertine di routine. Non sapevo allora di questo mestiere. Fu il caro amico Nino Calice, che era il più bravo della classe, poi senatore del Pci, a dirmi che avrei dovuto fare il grafico.”

E’ stato un autodidatta in quanto, come spiega: “Ai tempi lontani in cui ho studiato architettura alla Sapienza di Roma il design non era contemplato fra le varie discipline. Mi considero, quindi, un autodidatta. In un certo senso ho preferito studiare in gioventù con quelli che, fortunatamente, furono i miei grandi maestri, parlo di Leonardo Sinisgalli di cui fui incredibilmente amico, di Libero De Libero, Alfonso Gatto, Carlo Levi e tanti altri grandi che ebbi la ventura di frequentare. Furono essi ad insegnarmi la bellezza.”

Mentre, più in generale, sulla sua formazione – o (come lui stesso afferma) sulle persone che gli hanno insegnato a vivere – ricorda: “Aveva un’unica libreria, Potenza, “La Libreria di Vito Riviello”, dove attraverso una botola si scendeva ad un buio locale sotterraneo. Lì, accalcati, compivamo i nostri viaggi, guardavamo lontano. Ci preparavamo a partire. E intanto allargavamo i confini delle nostre giornate parlando di Gobetti, di Salvemini, di Dorso, del nostro Sud senza speranze. La mia costruzione nasceva nel Circolo di Comunità di Adriano Olivetti, nella frequentazione dei personaggi che venivano nel nostro Sud a studiare la questione meridionale, e che noi, intellettuali a Potenza, accompagnavamo a Matera. Erano Manlio Rossi Doria, Gardella, Pannunzio, Compagna, Ciranna e tanti altri. Erano questi che ci nutrivano e ci facevano capire.

Poi finalmente a Roma! In quegli anni lontani vivevo con il poeta Vito Riviello in un appartamentino a piazza dell’Orologio, proprio sotto la torre del Borromini. Era minuscolo. Ma sulle finestre si aprivano i tetti di Roma, si abbracciavano ampi e ariosi spazi. Passavano per quella casa i nostri amici di gioventù. Ma anche venivano a trovarci i “grandi”, di cui fummo sorprendentemente amici: Libero De Libero e Leonardo Sinisgalli che ho così profondamente amato, Alfonso Gatto dagli occhi cerulei, Giacomo Porzano e Bruno Caruso che mi insegnarono a disegnare, Carmelo Bene, che faceva il suo primo teatro, Dacia Maraini, Carlo Levi che un giorno a Villa Ruffo mi fece un ritratto, Licisco Magagnato direttore del Museo di Castelvecchio che mi fece conoscere Carlo Scarpa, Domenico De Masi che scrisse «Ho imparato a conoscere la grafica di Michele Spera quando lavoravo giovanissimo a “Nord e Sud”, la rivista di Francesco Compagna che ci consentiva, nella Napoli laurina, di leggere e scrivere in sintonia con l'Europa... In quella redazione passavano gli uomini, le riviste, i libri migliori e, con essi, le immagini perfette di Michele Spera, che insieme alla grafica dell'Olivetti di Adriano e dell'Italsider di Gian Lupo Osti, segnavano un distacco abissale rispetto alla grafica di tutti gli altri gruppi, partiti e imprenditori». Queste le persone che mi hanno insegnato a vivere.”

L’incontro con il PRI

Nato nel 1937 a Potenza, fu chiamato giovanissimo all’inizio della segreteria di Ugo La Malfa negli anni sessanta per “comunicare l’immagine” del PRI, partito che a partire dalla Nota Aggiuntiva presentata nel maggio 1962, proponeva una offerta politica efficace, competente e moderna, avendo come obiettivo gli interessi generali del Paese con posizioni comunque ancorate alle proprie radice storiche di sinistra democratica.

Michele Spera seppe rispondere al meglio agli obiettivi posti da Ugo La Malfa tanto da diventare un vero e proprio “caso paradigmatico”, rivoluzionando la comunicazione politica, passando magnificamente al figurativo pur privilegiando l’astratto, con una chiara predilezione verso le forme geometriche.

La comunicazione politica non fu più la stessa anche se, come disse Massimo Bucchi su La Repubblica “lo stile di Michele Spera ha avuto tanti epigoni ma nessun successore”.

Ugo La Malfa ebbe a dire: “Desidero manifestare tutta la mia ammirazione per una capacità artistica che, oltre a rendere così apprezzato un nome, è anche servita potentemente al partito per affermare il suo contenuto di modernità, di gusto e di eleganza morale”.

Per l’originalità e la genialità del segno e dell’immagine, Michele Spera ed il PRI si identificarono vicendevolmente per i decenni a seguire ed ogni volta che si osserva un logo o una “corporate identity” creati da Michele Spera per altri soggetti, inevitabilmente torna alla mente l’inscindibile originario connubio.

In una intervista di qualche tempo fa, alla domanda “Pensi che sia possibile, o inevitabile avere uno stile personale nel design?” risponde: “A Fabrizio Cicchitto, allora coordinatore del Partito Socialista che mi chiamò offrendomi di passare con loro, risposi che accettando non gli avrei fatto un favore perché le comunicazioni dei socialisti sarebbero state interpretate inevitabilmente come emanazioni del Pri.”

L’immagine di Ugo La Malfa

Con Michele Spera la comunicazione del PRI cominciò dapprima a spendere il nome ed il messaggio di Ugo La Malfa, iniziando a utilizzare simboli e forme geometriche per passare poi ad un più deciso uso del colore e di segni evocativi. L’uso della firma, di scritti e della stessa foto di Ugo La Malfa favorirono l’impersonificazione del PRI con il proprio leader e costituirono un elemento fortemente innovativo della comunicazione politica negli anni sessanta e settanta.

Nell'articolo riportiamo alcune copie di manifesti e documenti con le relative didascalie forniti direttamente da Michele Spera che ringraziamo sentitamente.



“Quello per il comizio del Brancaccio è un manifesto storico che progettai per Ugo La Malfa: era il 1965 quando ebbi il coraggio di mostrare il profilo del leader. Allora non si usava; sarebbero passati anni per trovare sui muri d’Italia l’immagine di Craxi.

Non aveva una grafica perfetta, il partito quasi non aveva una tipografia; ma sapeva bene che ciò che aveva da dire non era nella precisione, ma nell’uscire da certe profondità prorompendo dalle tenebre di una vecchia e stanca grafica di partito. Quel ristretto gruppo di lamalfiani, progettisti del futuro, sarebbe partito da qui. Ci furono per questo manifesto, nell’ambito dell’Unione Romana, casi di isterismo politico, di minacce di scissione. Fui difeso dagli amici, ma l’accusa di “culto della personalità” si trascinò per anni. Dopo il Brancaccio si ebbe una grande produzione di manifesti dedicati a La Malfa, tutti realizzati con tecniche diverse e allora all’avanguardia della comunicazione politica.”


“Ero lì, davanti alla scrivania, a guardarlo scrivere quel testo. La sua grafia era così personale che restai incantato, coinvolto da quel pennino che graffiava e tormentava la carta, incidendola quasi. Capii che il miglior messaggio, mediato dai miei impianti logici, restava la sua stessa scrittura. La usai così, nel 1971, con la sua stessa grafia, proponendo la seconda immagine di Ugo La Malfa che parlava agli italiani garantendoli con la sua scrittura.”


“Nel 1972, per la campagna lamalfiana sul “rigore amministrativo” utilizzai la firma autografa di La Malfa dilatandola e caricandola di profonda emozione, con uno spessore drammatico che non riesce a sottrarsi all’assordante esplosione del nero.

La grafica del Pri destò grande interesse in tutto il mondo e furono tante le pubblicazioni che riportarono l’immagine del partito, da Taiwan all’Inghilterra, dalla Germania al Giappone. In alto alcune di queste riviste: Il Partito repubblicano, a cura di Takenubu Igarashi del 1969; Copertina di Graphicus del 1972; Novum Gebrauchsgraphik del 1972; Novum Gebrauchsgraphik del 1980.

Nella foto la firma del leader esposta all’EXPO di Bari, nello stand della Galleria Artivisive di Sylvia Franchi, disegnata su una tela di 4 metri per 2. Successivamente il quadro fu poi collocato nel Circolo Ugo La Malfa allora gestito da Mauro Dutto.

La serigrafia della firma di Ugo La Malfa tirata in 100 esemplari numerati e firmati.”

“La sigla di Ugo La Malfa in trattamenti grafici diversi, contrassegna, come una garanzia di continuità e di coerenza, il manifesto e l’immagine del 33° Congresso Nazionale del 1978 a Roma.

Una precedente ipotesi, molto drammatica, il cui slogan era “Per l’Italia”, era stato progettato per l’aprile dello stesso anno. L’intervento di La Malfa è il bilancio di una vita spesa nel tentativo di migliorare il Paese. Questo è l’ultimo segno del 1978 dedicato a lui per il congresso. È il congresso dell’addio, quasi un presentimento.”

“L’ultimo dei manifesti per Ugo La Malfa realizzato per la sua scomparsa il 26 Marzo 1979. Nella foto il funerale al leader dei repubblicani. Si piangeva il grande statista.”



I manifesti di Spadolini


1. Manifesto dove i nomi Spadolini e Mammì sono della stessa grandezza, soluzione non gradita al Segretario.

2. Ho avuto più volte conflitti con Spadolini. Egli mi chiese più volte di disegnare la sua firma come quella famosa di Ugo La Malfa. Non lo feci mai nonostante le sue ripetute richieste: non potevo ripetere pedissequamente un'idea così fortemente legata al leader storico. Ma, per aggirare l'ostacolo, disegnai il suo viso. Gli piacque e placai un po' la sua ira.

3. Il manifesto, poi iterato su una serie di opuscoli, sul “Governo difficile”

4. Manifesto mai stampato e diffuso: la caduta del Governo Spadolini.

I manifesti di Giorgio La Malfa



“Quanti progetti furono fatti con la segreteria di Giorgio La Malfa! Ricordo il nostro viaggio a Trento, a Trieste e a Firenze per la Conferenza programmatica che doveva aprire un nuovo corso al rinnovato partito di Giorgio. A Firenze un illuminato intervento Alessandro Cecchi Paone difese l'immagine del partito. “

Sulle sue esperienze con i vari leaders PRI e di tanto altro, Michele Spera si sofferma nell’intervista che abbiamo avuto con lui, mentre i vari manifesti per il PRI li ha raccolti in alcune pubblicazioni

Nel rivedere quei manifesti , oltre a notare il progressivo uso del colore e di una peculiare simbologia geometrica, emerge un dato estremamente significativo: un partito del 3% di consensi era in grado di organizzare, a livello nazionale e territoriale, una ragguardevole mole di eventi di confronto e riflessione sui più disparati temi, coinvolgendo illustri relatori. Insieme alla “qualità” dei suoi esponenti ciò contribuiva a rendere il PRI un partito con influenza ed autorevolezza di gran lunga superiori al suo peso elettorale.

Oggi non c’è traccia di una simile mole di tali appuntamenti, di analoghi importanti temi e relatori nemmeno nei partiti più grandi che preferiscono affidarsi alla pura propaganda. E di ciò ne soffre in generale l’intera attuale classe politica il cui confronto con le precedenti è impietoso ed in particolare il Paese.




Oltre al PRI

Prestigioso ed autorevole lo sterminato elenco della committenza che negli anni si è rivolta a Michele Spera, mentre ben oltre i duecento sono i loghi prodotti, molti famosi e familiari come il logo del TG2.



Non possiamo infine dimenticare quando, insieme ad Antonio Suraci, come dirigenti CNA abbiamo collaborato con Michele Spera negli anni Ottanta per il logo del “quarantennale” della Confederazione, per “Leonardo e il mercato” un convegno economico internazionale di tre giorni a Palazzo Brancaccio di Roma e qualche anno dopo, collaborando con il Ministero dell’Industria guidato da Adolfo Battaglia, nella organizzazione della Conferenza Nazionale sull’Artigianato svoltasi in più anni su più sedi.



Link all'intervista a Michele Spera





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