Miracoli

In un suo famoso film, Massimo Troisi spiegava come ci fossero due tipi di richieste che potevano essere fatte ai superni quando ci si trovava veramente a mal partito.

La prima era il “miracolo”: quando per esempio si chiedeva la riattivazione di una mano rimasta paralizzata.

La seconda il “miracolo, miracolo”: quando si chiedeva che una mano mozzata ricrescesse.

L’opinione pubblica si aspetta molto da Mario Draghi. Ma quanto è ampio lo spazio che i partiti che non hanno voluto, ma hanno subìto l’arrivo di Draghi, sono disposti a concedergli?

Potrebbero essere disposti a concedergli lo spazio per fare un miracolo semplice nel senso di Troisi, e cioè risolvere efficacemente le tre emergenze che bloccano il Paese: la vaccinazione di massa, il piano Recovery e la soluzione delle crisi aziendali ed occupazionali che ci aspettano in primavera. Non è una richiesta da poco, ma il governo appena insediato può soddisfarla. Il piano italiano è saldamente in mano a Draghi e ai suoi tecnici di fiducia. L’impasse sanitaria è affidata alla coppia interforze Speranza - Gelmini, il che fa sperare che trovati i vaccini non ci saranno eccessivi conflitti tra Stato e Regioni. Le crisi sociali sono affidate all’altra coppia Orlando - Giorgetti, il che fa ugualmente sperare rapporti fertili sia sul piano sindacale che su quello imprenditoriale.

Da questo punto di vista, cittadini, partiti e governo sembrano quindi marciare abbastanza all’unisono e in un anno potremmo farcela.

È noto, però, che una mano anchilosata, pur ricominciando a muoversi, necessita di opportuna fisioterapia per lavorare al meglio. È ciò che ci segnala l’Europa nel chiederci riforme di struttura nella pubblica amministrazione, nel fisco e nella giustizia civile. Siamo sempre nel campo del miracolo, ma si tratta di un portento che richiede certamente tempi più lunghi. Non è un caso che da molte parti si cominci ad invocare un orizzonte del governo che coincida col biennio restante della legislatura. Tuttavia, poiché all’inizio del 2022 ci sarà l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica e molti pensano che il candidato ideale sarebbe proprio Draghi, occorrerebbe in tal caso immaginare una proroga del mandato di Mattarella, in modo da consentire all’attuale esecutivo di giungere fino al 2023.

Convergeranno le forze politiche su una soluzione di questo tipo, dal momento che essa allungherebbe la loro lontananza dall’esercizio per così dire ordinario del potere?

Certo, le forze politiche, se fossero sagge, non rifiuterebbero questo prolungamento, non solo per i vantaggi che ne verrebbero al Paese, ma anche perché avrebbero più tempo per procedere a una riorganizzazione delle loro alleanze (a sinistra, al centro e a destra) oggi attraversate da molte incertezze, divaricazione e talora sospetti. Potrebbero, ma non è certo che avranno questa lungimiranza.

Ciò che è certo, come si vede su tutti i giornali di oggi, è che il Paese richiederebbe (nel senso che sarebbe necessario e nello stesso tempo sarebbe auspicato dalla gran parte dei cittadini), non un miracolo semplice, ma un “miracolo, miracolo”.

Nei loro editoriali di oggi, Maurizio Molinari sulla Repubblica – “Il risveglio delle democrazie” - e Massimo Giannini sulla Stampa - “Draghi - Biden bentornato Occidente” - pongono con forza l’accento sul fatto che il nuovo quadro internazionale può vederci protagonisti di primo piano.

Sul Corriere della Sera, Lucrezia Reichlin sottolinea la necessità per l’Italia di contribuire alla stabilizzazione e al rafforzamento del nuovo corso europeo iniziato con la messa a fattor comune di parte del debito.

Sergio Fabbrini, sul Sole 24 ore, ricorda il passaggio del discorso di Draghi alle Camere in cui si avanza una visione di un’Europa federale fondata sul principio di Madison di doppia sovranità e da costruire partendo da un bilancio pubblico comune in alcuni settori.

L’arrivo della nuova amministrazione americana e la fase europea di transizione che ci attende con l’uscita di scena della cancelliera Merkel e le elezioni presidenziali in Francia del prossimo anno, rappresentano un’occasione irripetibile se l’Italia, sotto la guida di Draghi, sarà capace di far sentire la propria voce nell’interesse proprio e della costruzione europea e transatlantica.

Come abbiamo scritto ripetutamente, il Recovery non è solo un'opportunità da non sprecare. Può essere, se ben usato, il volano per rendere il nostro Paese appetibile per una parte di quel risparmio nazionale ed internazionale oggi incerto se trasformarsi (e in tal caso dove) in investimenti.

All’Italia non bastano i duecento – benedetti - miliardi europei. Ne servono il doppio, forse il triplo.

Perché queste risorse possano affluire, serve un governo autorevole e non di breve periodo che riconquisti in maniera stabile la fiducia dei mercati. È il tempo che è servito a Cavour per fare l’Unità d’Italia e a De Gasperi per risollevare il Paese dalle macerie della guerra.

Comincia, dunque, ad emergere nell’opinione pubblica il senso che l’Italia potrebbe aver imboccato una strada che, se percorsa per un tempo sufficientemente lungo, potrebbe dare luogo a una vera e profonda trasformazione delle sue prospettive: un terzo Risorgimento, dopo quello cavouriano e quello degasperiano, non a caso, secondo noi, citati ambedue da Draghi.

Questa prospettiva pone ai partiti una sfida ancora più grande di quella del completamento della legislatura con il governo Draghi. Potranno i partiti accettare un quinquennio da coprotagonisti? Oggi può apparire molto difficile che i partiti riescano a guardare all’interesse nazionale andando oltre le loro immediate aspirazioni, anche se questo sarebbe il tempo necessario per ricostituire un quadro politico mai più in linea con le esigenze del Paese dalla fine della cosiddetta prima Repubblica.

Soffermarsi sulla prevedibile crisi dei Cinquestelle è comprensibile, ma elude il ben più ampio problema che investe tutte le altre forze politiche, dalla Lega a Forza Italia, alle componenti liberal-democratiche e allo stesso Pd.

Noi crediamo che i partiti debbano mettere all’ordine del giorno una riflessione approfondita sulle loro identità ormai sbiadite e che potrebbero farlo meglio se, nel frattempo, concedessero a Draghi (e a Mattarella) un tempo molto più lungo di quelli di cui si discute ma che coincide con la soluzione del problema della crisi italiana.

Evidente che stampa e opinione pubblica vorrebbero un miracolo, miracolo. Vedremo se uno o più partiti saranno in grado di mettersi in sintonia con queste aspettative.

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