Niente di nuovo sul fronte occidentale

Lettera da Washington


La battaglia infuria, ma non c’è ancora un vincitore, mentre si accumulano le vittime da entrambi le parti. Sul fronte politico americano è in corso ormai da qualche tempo un aspro scontro su un tema centrale per la democrazia del paese. Seguendo la bandiera di Trump, i Repubblicani stanno sferrando l’attacco contro la libertà accademica di affrontare in classe con gli allievi, fin dalla tenera età, l’immensa questione della razza in America.

La Statua della Libertà, a New York, non fu un’idea americana ma un regalo della Francia, e viene da chiedersi se non fosse un incitamento più che un riconoscimento. In fondo, i francesi sentivano qualche responsabilità nell’indipendenza americana, e forse sentivano l’obbligo di sottolinearne il profondo legame con questa invisibile dea, caso mai i locali tornassero a dimenticarsene - fu infatti costruita vent’anni dopo la guerra di Secessione. Ai suoi piedi, non abbastanza visibili, giacciono le catene spezzate della schiavitù.

Ma, lasciando da parte questo simbolismo, oggi si discute seriamente se rivolgersi alle giovani menti per parlare della discriminazione razziale - non solo della schiavitù! - sia una iniezione di veleno che produrrà una irreparabile frattura tra i cittadini, o non invece il primo passo per rimediare alle conseguenze del razzismo. Da parte repubblicana si sostiene che affrontare l’argomento già dall’asilo avrà il risultato di criminalizzare psicologicamente l’appartenenza alla stirpe europea, e di scavare un fossato incolmabile tra bianchi da un lato e non-bianchi dall’altro (non solo Afro-americani), colpevolizzando i primi e rendendo feroci i secondi per le ingiustizie subite dalla rispettiva … neanche razza, addirittura tonalità epidermica. Ovviamente, questo significa una contrapposizione dei “bianchi” contro “gli altri”, rovinosamente svantaggiosa per i primi se paragonata alla caratterizzazione abituale di “bianchi” contro “neri”. Negli Usa, i Latino-Americani non sono censiti come “bianchi”, ma come una categoria a parte; uno shock per i discendenti purissimi di Pizarro e dei suoi compagni, sparsi dalla California alla Terra del Fuoco, che a loro volta da secoli si sforzano di restare entro i confini sempre più stretti della hidalguìa iberica. Non parliamo nemmeno degli abitanti originari, né degli Asiatici… I Democratici sostengono, invece, che non sono sufficienti leggi che dichiarino l’illegittimità della discriminazione, quando essa è nella mente delle persone e non può essere controllata portando in tribunale ogni singolo cittadino che vi contravvenga, donde la necessità di combattere l’errore là dove si annida, cioè nella mente, vale a dire durante la formazione dei cittadini.

La discussione è così velenosa che è presto balzata al centro della quotidiana polemica tra Repubblicani conservatori (specie i trumpisti) e i Democratici e progressisti in massa. Di qualsiasi cosa si discuta, i conservatori tendono a ribattere portando il discorso su questo tema; in gergo, si chiama “what aboutism”, letteralmente “e allora voi …”; l’artificio dialettico non manca mai di sviare il dibattito su questo binario morto.

Ma visto che si parla di legge e tribunali, la notizia è che l’azienda di Trump è stata deferita alla magistratura penale dello Stato di New York, nel distretto di Manhattan (dove ha sede), per rispondere di una serie di reati in parte collegabili al fisco. Il suo CFO, Weisselberg, si è costituito ieri di buon’ora. Questa è la prima di quattro diverse indagini penali già in corso che possono condurre Trump sul banco degli imputati. È una tecnica che i procuratori americani usano volentieri: si ricorderà come Al Capone, che sfuggiva regolarmente alle condanne penali, dovette soccombere all’accusa di non aver pagato le tasse. Per ora, Weisselberg sarà tartassato dalla magistratura che vuole portare Trump sul banco degli accusati. Naturalmente Trump non è più coperto dall’immunità presidenziale, e se si tiene conto dell’inchiesta sull’assalto del 6 gennaio al Campidoglio, i processi potrebbero salire a cinque, cui si aggiungerebbero altre otto cause davanti alla magistratura civile.

Le implicazioni politiche possono essere immense: nessun Presidente è mai stato trascinato sul banco degli accusati davanti alla magistratura giudiziaria.

Trump, per sviare l’attenzione, è partito per il confine messicano, indicendo una manifestazione pensata per motivare i fedeli - e verificarne la fede. Una trentina di parlamentari repubblicani hanno subito lasciato Washington e si sono precipitati a Weslaco, nel sud del Texas; non è sfuggito loro che Trump sta in effetti conducendo una piccola epurazione nel partito, per affermarsi nuovamente come il suo leader. Nel partito Repubblicano è infatti in ascesa il leader del Senato, Mitch McConnell, un maestro di guerriglia parlamentare, che ha da solo arginato Biden durante questi mesi e ha dominato le pagine politiche dei giornali. A Trump di certo non giova un rivale in seno al partito, per giunta uno che ha già una posizione quasi sacrale.

Infine, nel campo dei Democratici si fa largo lo Speaker della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi, una donna d’acciaio (non per nulla è nata in una città industriale come era Baltimora, di cui suo padre era sindaco), arrivata con le sue capacità e con solida volontà a ricoprire la terza carica dello Stato nell’ordine di successione - ma la seconda in termini di potere, spesso ex-aequo con chi ricopre la prima. Nancy Pelosi ha preso decisioni cruciali nel periodo trumpiano, non sempre plebiscitarie, ma fondate e responsabili - comprese quelle che hanno condotto al doppio “impeachment” di Trump, fatto senza precedenti nella storia.

Ieri ha preso un'altra grande decisione: ha iniziato a formare il “panel” parlamentare bipartitico che condurrà l’inchiesta sulla rivolta del 6 gennaio al Campidoglio, cosa che dall’altra parte dell’aula (per non parlare di quella del Senato) provoca brividi, non solo perché colpisce un punto sensibile nei rapporti tra i partiti, ma perché anche all’interno del GOP, il partito Repubblicano, potrebbero esservi parlamentari che il 6 gennaio hanno avuto un momento di raccapriccio vedendo dove li aveva condotti Trump.


Franklin

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