Presidenziali, Macron in scena, inizia il secondo atto

Lettera da Parigi


Con le svolte del mese di dicembre, lo scenario della campagna elettorale francese sembra finalmente cambiato, meno condizionato dalle quotidiane, spesso anomale fibrillazioni della società francese, dalle bizzarrie di alcuni candidati e dalla fantasia delle fake news.

Nella visione del Generale de Gaulle – che qui non si tralascia di rivangare ad ogni piè sospinto – la scelta del Presidente deve risultare in un “incontro fra un uomo ed il popolo francese”; la formula è stata di recente aggiornata inserendovi la variante di genere e precisando che la scelta può ricadere anche su una donna, come insistono particolarmente a sottolineare, ciascuna pro domo sua, tanto la candidata neo-gollista Pécresse che Marine Le Pen: quest’ultima ha anzi solennemente annunciato il suo nuovo slogan elettorale: ”Una Donna di Stato”.


E la precisazione è cavalcata persino dalla pur polverizzata sinistra, disperatamente alla ricerca di una via d’uscita dall’impasse, quasi un suicidio annunciato, cui l’hanno costretta la crisi di leadership, di idee e di proposte di tutte (o quasi) le variegate sue componenti. Tanto da far emergere l’ultima “trovata”, lanciata da una Hidalgo ormai sull’orlo della disperazione (e del minaccioso baratro finanziario del Municipio di Parigi): quella di una primaria dell’ultim’ora, da tenersi a gennaio, aperta ai cittadini ed alle associazioni che si richiamano alla sinistra. L’unica, almeno per ora, a dichiararsi disponibile ed anzi a farsi avanti esplicitamente sulle reti social, è stata Christiane Taubira, l’iconica e controversa esponente socialista originaria della Guyana, figura eminentemente conflittuale e divisiva, apprezzata da molti per le sue qualità letterarie e per la sua passionale oratoria ma altrettanto contestata per il suo passato (in particolare di Guardasigilli della Presidenza Hollande) e per il radicalismo ideologico che l’ispira.


Anche quest’ultima, inattesa sortita conferma tuttavia che il quadro di insieme si è oramai definito e che i quattro mesi scarsi che ci separano dal 10 aprile saranno scanditi da una competizione fra programmi e personalità contrapposte, con una destra chiamata a far valere la sua preferenza fra tre candidati, una sinistra smarrita ed orfana (allo stato attuale nessuno dei candidati può nemmeno sognare di superare il primo turno) ed una zona grigia, presumibilmente una maggioranza ancora silenziosa, marcata da perduranti incertezze, da esitazioni e persino da un’inedita tentazione all’astensionismo, ma proprio per questo bersaglio prioritario della maggiore attenzione e dell’impegno di tutti.


Il Presidente uscente non poteva non cogliere questo cambiamento di scenario e non essere il protagonista visibile e riconosciuto, all’apertura del sipario, dell’avvio del secondo, fondamentale atto della campagna.


Determinato a non annunciare ancora ufficialmente la sua ricandidatura, Macron ha scelto però di presentarsi ai francesi dai teleschermi, ricorrendo, a breve distanza l’una dall’altra, a due distinte trasmissioni: la prima più “tecnica”, in diretta dalla rete di Stato, per illustrare il programma della Presidenza francese di turno del Consiglio europeo; la seconda, pre-registrata a cura di TF1 e LCI (le due emittenti di proprietà del gruppo Bouygues) sotto forma di una lunga ed articolata “intervista-confessione”, che è valsa a presentare alla pubblica opinione un bilancio di insieme del qinquennato, ma – al tempo stesso – a tratteggiare gli auspici e le ambizioni per il futuro del Paese, non meno che una sorta di autoritratto del Macron meno conosciuto, spesso incompreso e a volte detestato da parte dei suoi concittadini: per contrastare e rovesciare il ritratto di uno “Zelig” privo di emozioni e di umanità, o peggio del “presidente dei ricchi” come lo dipinge un nutrito drappello di detrattori.


L’esercizio era di per sé delicato e la rodata capacità oratoria, la semplicità insieme all’eleganza dell’eloquio, la solennità condita di ironia e di riferimenti storici e letterari, il riconosciuto fascino personale di Emmanuel Macron hanno certamente contribuito – per tutti coloro che si aspettavano un bicchiere mezzo pieno – ad un sostanziale successo dell’intervista, che ha occupato per più di due ore la prima serata.

Il bilancio di insieme, tuttavia, anche sulla base dei dati dell’audience relativamente deludente e di alcuni sondaggi di opinione mirati, non sembra andare oltre una discreta performance che avrebbe lasciato immutato l’equilibrio preesistente fra consensi e dissensi, confermando uno zoccolo duro di sostenitori del Presidente non inferiore al 25%; sufficiente quindi a lasciar prevedere un accesso al secondo turno relativamente confortevole, ma senza una dinamica in ascesa tale da fargli prefigurare con serenità un ormai realistico ballottaggio con Pécresse in assenza di quella mobilitazione democratica a suo favore che appare scontata soprattutto nel caso (sempre meno probabile) di un faccia a faccia con Zemmour.


Sarà quindi dal confronto aperto, sul terreno, fra programmi e progetti, ma anche fra diverse tempre, personalità, carisma, che dovrà giocarsi l’ultimo atto della campagna, ma con la novità assoluta di un quadro politico interamente dissestato, rispetto all’ equilibrio bipartitico delle origini e all’alternanza classica e rassicurante fra destra e sinistra.


L'apparizione televisiva di Macron non era destinata ad incidere sensibilmente sulle attuali posizioni, ma era soprattutto mirata ad esporre la piattaforma di partenza per la corsa futura. Dovranno seguire la chiamata a raccolta dei vecchi e nuovi movimenti alleati, l’attenta e più avanzata valutazione dei percorsi dei suoi oppositori, fino all’effetto comunque mobilitante dell’annuncio ufficiale della ricandidatura. Senza mai chiamarli direttamente in causa, ciascuno degli avversari ha ricevuto qualche monito: dagli indiretti ma convincenti richiami all’unità e alla pacificazione del Paese, allo sguardo più sereno e più costruttivo ai temi dell’integrazione, dell’universalismo, della sicurezza: chiaramente nell’intento di stigmatizzare il catastrofismo sovranista di Zemmour e il più temperato populismo della Le Pen. Quanto alla Pécresse, oltre a tagliarle l’erba sotto i piedi su temi quali l’occupazione, il lavoro, la riorganizzazione amministrativa, per le tante similitudini con quanto già proposto dall’attuale esecutivo, ne ha esplicitamente condannato (sempre in astratto) il superato e ripetitivo ricorso a vecchi ritornelli della destra rigorista, quali in particolare la sempre invocata riduzione della spesa pubblica per mezzo dei tagli al numero dei dipendenti pubblici. Quasi a voler anticipare che il cuore del suo progetto rimane quello di un vasto rimaneggiamento dello Stato, con strumenti ed iniziative che possono venir compresi e sottoscritti tanto a destra che a sinistra; consapevole che al nucleo di base ad oggi favorevole potrebbero aggiungersi proprio i consensi dei progressisti moderati attratti dalle aperture sui temi dei diritti civili e delle grandi questioni di ammodernamento della società e di coloro che, nel centro-destra, condividono il consuntivo dell’Eliseo sui principali temi economici e potrebbero voler rifuggire da un cambiamento di cavallo in piena corsa, con un esponente più esposto alle tentazioni autoritarie e in fondo antieuropee nella stessa ala estrema dei Les Republicains.


Sono consensi che andranno cercati dappresso nel Paese e che, lungi dal poter essere dati per scontati, dimostrano che la rielezione per un Presidente uscente non è mai impresa facile anche in presenza di una base di sostanziale approvazione, quale quella di cui Macron gode ancor oggi per l’efficacia e la brinkmanship dimostrata nella lotta contro la pandemia.


Una rapida ma illuminante sintesi delle prime reazioni a caldo dei principali oppositori del Presidente dà un’idea degli equilibri attuali:


Marine Le Pen ha preferito una stroncatura lapidaria del tono d’insieme dell’intervista, mettendone in questione la sincerità personale e l’autenticità degli accenti, con il risultato di ergersi ad autentica rivale “solitaria” dell’incumbent.

Zemmour, dal canto suo, mostrando la sua inesperienza in politica, ha preferito sciorinare il consueto copione, infarcito di strafalcioni in materia di declino economico e di dati inesatti sulla crescita e sulla disoccupazione.


Pécresse si è limitata a stizzite lamentele circa l’abuso dei tempi televisivi e l’asserita violazione delle disposizioni vigenti in materia di par condicio; subito rintuzzata, con l’inesorabile arma dei social media, da un video che la ritrae dieci anni orsono intenta a difendere a spada tratta la tesi specularmente opposta, nel corso della campagna di Sarkozy per la sua rielezione.

l’Abate Galiani

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