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Roberto Gressi e la legge elettorale

  • 43 minuti fa
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Se fossimo all’inizio della legislatura, sarebbe condivisibile l’auspicio di Roberto Gressi, sul Corriere della Sera di stamani, di un accordo fra maggioranza e opposizione su una nuova legge elettorale. Così come sarebbero condivisibili le indicazioni di Gressi sui requisiti che dovrebbe avere una buona legge elettorale: un impianto sostanzialmente proporzionale, qualche meccanismo che tenda a generare una maggioranza non spropositata come quella di cui per ora si parla, ma  abbastanza ampia per evitare che la maggioranza, essendo troppo ristretta, sia soggetta al ricatto di uno o di pochi parlamentari, ed infine che si torni a un rapporto fra elettori e eletti o attraverso il voto di preferenza o attraverso i collegi uninominali. Forse, partendo da una pacata discussione sui principi e acquisendo il consenso su di essi, sarebbe possibile giungere a una proposta di legge elettorale sulla quale potrebbe realizzarsi una maggioranza più ampia della maggioranza di governo.

Tutto questo richiederebbe tempo e soprattutto distanza dal ritorno alle urne. Ecco perché il momento per discutere ed approvare una legge elettorale con le modalità bipartisan delineate da Gressi e con le caratteristiche da lui suggerite non può essere l’ultimo anno della legislatura. Per giungere a un risultato condiviso sarebbero necessari tempi e procedure adeguate che oggi, con le elezioni vicine, non sono più possibili. Sarebbe anche necessario che, essendo distanti le elezioni, non fossero immediatamente traducibili in guadagni o perdite di seggi le varie soluzioni prese in esame.

Giunti ormai a pochi mesi dal voto, con i sondaggi di opinione che tendono a indicare la probabile forza dei vari partiti e i probabili esiti per le coalizioni, non è immaginabile l’adozione di una legge di cui non sia possibile valutare sulla carta gli esiti. A non essere disponibile sarebbe la maggioranza, ancor prima dell’opposizione.

Ormai si può solo chiedere alla maggioranza di non imporre con la forza dei numeri una soluzione che le sia smaccatamente favorevole e che contenga delle clausole concepite soltanto con lo scopo di mettere in luce le difficoltà delle opposizioni, come è quella, di dubbia costituzionalità, di obbligare le coalizioni a indicare il nome del futuro presidente del Consiglio.

Sarebbe accettabile solo una legge elettorale che lasciasse aperto l’esito del voto, ma è del tutto evidente che per la maggioranza questa soluzione sarebbe o apparirebbe come una specie di suicidio. E dunque non sarà questa la strada che si imboccherà. Pensiamo che la destra alla fine andrà avanti, accettando il rischio dell’accusa di avere tentato un colpo di mano, anzi forse sperando di spingere l’opposizione ad avanzare questa accusa nella speranza che la radicalizzazione dello scontro finisca per aiutare il governo e la maggioranza.

Questa è la strada che la destra aveva scelto. Se ne parliamo al passato è perché nel pianificare la parte finale della legislatura essa non aveva tenuto conto del possibile emergere di una destra più radicale come quella coagulatasi intorno al generale Vannacci con cui è difficile sia allearsi, sia rompere. Per questo non siamo certi che alla fine l’on. Meloni non scelga di lasciare le cose come stanno. Tuttavia non lo sapremo ora, ma solo in autunno. Per questa e per la prossima settimana va in scena l’approvazione della nuova legge elettorale. Poi si vedrà. Esattamente la strada opposta a quella che giustamente Roberto Gressi giudica opportuna in materia elettorale.


13 luglio 2026

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