Stazioni appaltanti e Recovery Fund

Ieri il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Enrico Giovannini ha spiegato che l'Italia ha 32.000 stazioni appaltanti, una ogni 1.875 italiani. In questa situazione - ha detto - è praticamente impossibile garantire la realizzazione in tempi certi delle opere pubbliche. Ha aggiunto che non servono norme generali di semplificazione. Bisogna affrontare le cose con ordine. Bisogna - ha affermato - “re-ingegnerizzare” il percorso per poi trasferire quei principi nella gestione ordinaria delle opere pubbliche.

Che cosa vogliono dire queste dichiarazioni rispetto alla preparazione del piano italiano di utilizzo dei fondi del Next generation EU? Vuol dire puramente e semplicemente che di fatto il governo Draghi ha dovuto incominciare da capo. Ciò che ha ricevuto in eredità dal governo Conte non costituisce in alcun modo - almeno per quanto riguarda le infrastrutture - un progetto operativo, sia per quanto attiene alla progettazione delle opere, sia riguardo la loro esecuzione.

I lettori del Commento Politico sanno che a partire dal maggio scorso, quando emerse la decisione europea di aiutare la ripresa post-pandemia con un grande piano di investimenti degli Stati membri finanziato con risorse comunitarie, abbiamo seguito le vicende della preparazione del piano ed abbiamo insistito esattamente sui punti sui quali ieri si è soffermato il ministro Giovannini.

In un articolo intitolato Dieci, cento, mille…stazioni appaltanti? dello scorso 11 giugno scrivemmo che questo era il punto cruciale, o uno dei punti cruciali, dell'apprestamento del piano. Bisognava decidere all'inizio del percorso fra due diverse impostazioni: una era quella di individuare una centrale unica per la formulazione dei progetti (il che non impediva che la centrale unica commissionasse ad altri i progetti o li ricevesse da altri) e per la loro valutazione quantitativa in rapporto agli obiettivi posti dalla Commissione europea, e successivamente per la loro esecuzione. Una seconda, diversa impostazione era quella di optare per una molteplicità di "stazioni appaltanti" delegando loro la formulazione e, successivamente, l’esecuzione dei progetti.

Sostenevamo che bisognasse porre sul tavolo le due ipotesi, soppesarne vantaggi e svantaggi e poi scegliere una soluzione.

La scelta del governo fu per la seconda soluzione, senza però avere discusso preventivamente come si sarebbe potuto evitare che una molteplicità di stazioni appaltanti con le loro numerose procedure riuscisse a produrre risultati temporalmente accettabili.

Così, a distanza di oltre otto mesi dalla decisione europea, e ormai a poche settimane dalla data in cui l’Italia dovrà presentare il proprio piano alla Commissione, c'è solo un coacervo di progetti disparati, di cui nessuno ha valutato l'impatto economico e di cui nessuno è in grado di assicurare la realizzazione nei tempi richiesti dalle procedure europee.

Giunti a questo punto, è evidente che se ricominciasse da capo il governo Draghi giungerebbe tardi alla scadenza europea e rischierebbe di essere criticato per responsabilità non sue. Dunque non può che cercare di aggiustare la macchina in corsa. Da qui le parole di Giovannini. Ma noi pensiamo che converrebbe dire al Parlamento quanto sia necessario partire con il piede giusto.

Forse non una stazione appaltante per tutto il piano, ma una per ogni grande settore: digitalizzazione, ambiente, infrastrutture. Insomma, la questione cruciale è quella finalmente riproposta dal ministro Giovannini: una o quante stazioni appaltanti? Questo è il problema. Inutile girarci intorno.

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