Uvalde, non basta un minuto di silenzio

Lettera da Washington


Il conto del carnefice si è allungato due giorni fa di ventuno righe; altri 19 ragazzi e due adulti sono caduti dinanzi alla rabbia privata di un omicida diciottenne, ben armato, che ha colpito dove è più facile: non assalendo una banca, protetta da telecamere e guardie giurate, o un ufficio governativo, sorvegliato dai servizi di sicurezza, e nemmeno le sedi dei partiti politici che sono difese da molteplici strati di sorveglianza. Quasi ormai come la conferma di un’abitudine, è una scuola, questa volta a Uvalde, in Texas.


L’anno scorso, l’incubo si è materializzato 42 volte, record per vent’anni, riferisce il Washington Post. Le vittime sono bambini affidati a dei maestri, magari un po’ vecchiotti e occhialuti, che non potrebbero fermare un ragazzo con la fionda, figurarsi uno con arsenale di armi automatiche e con più munizioni di quante ne riceve un soldato al momento di andare in battaglia. Una ventina di bambini delle elementari non sono più protetti di un agnellino, né hanno la possibilità di scappare nonostante le scuole, oramai, facciano corsi di auto-protezione per dare una “chance” di sopravvivenza in casi simili.


Una volta, in America, si tenevano corsi e addestramenti simili per ripararsi in caso di attacco nucleare da parte di una potenza straniera; ora il tema invece è la difesa contro l’odio dei concittadini tra di loro, esasperati da una società difficile, dalle paure convergenti, dalla mancanza di una visione positiva della vita dinanzi. È per questo che si tratta spesso di violenza di giovani contro altri giovani. Certo il fenomeno della violenza, inesplicabile e devastante, dilaga. Oggi, la guerra più sanguinosa che combatte l’America è questa, sul suo stesso territorio. Le armi da fuoco sono ora puntate dai cittadini tra di loro; l’intero ciclo del Vietnam è costato la vita di circa 60.000 caduti, nel corso dei lunghi anni del conflitto, ma ora il prezzo del Vietnam è ripagato dalla nazione ogni diciotto mesi, senza eroismo, senza nulla da celebrare, senza lasciare nella scia del tempo nulla se non l’insensato, breve ricordo delle vite perse. E non è eccezionale che siano dei bambini a pagare per questa follia.


Perché tutto ciò?

In parte, il mito nazionale ha una responsabilità, così come altrove nel mondo, dato che fondare una nazione quasi inevitabilmente richiede versamento di sangue: i pericoli ignoti, l’opposizione di chi già popolava il territorio, la cupidigia dei vicini, tutto ciò impone un prezzo di vite da pagare, e letteralmente il miglior amico del colono, nella sua carretta alla ricerca dell’Ovest, era il suo fucile o la Colt a tamburo che conosciamo da innumerevoli film. Ce li siamo bevuti, questi film, con tutta la storia che raccontavano; perché stupirsi che lo stesso sia capitato per un intero secolo ad americani che, uscendo poi alla luce del sole dopo lo spettacolo, potevano solo imbastire fantasie prima di tornare al tran tran della vita cittadina; ma anche fermarsi alla vetrina di un armiere e cominciare a mettere soldi da parte per cavalcare, nella fantasia, accanto a John Wayne.


Rinunciare alle armi per un americano suona come essere riformato per rachitismo, rinunciare alla virilità, rinnegare l’epopea della conquista. Soprattutto quando il commercio delle armi è banale. Fino a qualche decennio fa, i coloni consultavano con devozione i cataloghi che (ben prima di Amazon) rendevano abitabile l’entroterra estremo della nazione, come quello della celebre “Sears & Roebuck”. Con la mole di un elenco telefonico, e fitto di tutto ciò di cui si poteva aver bisogno quando il villaggio più vicino stava a decine di miglia di foresta o di prateria, il catalogo proponeva un motore di ricambio per la vecchia Ford modello “T”, i vestitini di cotone coi volani per le ragazze per andare in chiesa la domenica, e migliaia di pagine di sementi, aratri, forge complete, utensili di ogni genere, mobili, strumenti musicali, insomma tutto ciò che oggi ci propone Bezos. La lettura del catalogo apriva la mente ai sogni; poi si ordinava prudentemente una nuova pialla, cinque metri di cotonina e due dozzine di barattoli per le conserve. Ma il capitolo delle armi era molto ben curato: tutte le marche vi figuravano, per le diverse esigenze (Bisonti? Lupi che minacciano il gregge? Tacchini selvatici per Thanksgiving?). Si cominciava dalle carabine calibro 22 - perché i ragazzi imparassero a sparare - e tutto era accessibile senza complicazioni.


L’America selvatica e primordiale è ormai tramontata da un pezzo, ma la psicologia rimane. Mentre nelle campagne la caccia o la protezione contro animali nocivi può ancora essere una motivazione, questa eccezione non supera la periferia estrema delle città. Il Far West ormai è lontano e attraversato da autostrade. Il sogno del pioniere non giustifica più nulla. È un po’ come se noi andassimo vestiti da antichi Romani - e non ci sarebbe nulla di male se non si trattasse invece di un sogno di morte. Ci circonda un mondo teso, precipitoso, incitante. In questo nuovo mondo, se vogliamo un ricordo della leggenda del West, la Colt deve restare nella vetrina, scarica; non dobbiamo pensare di tenerla in un cassetto, perché non ci resterà.


Ma c’è la Costituzione che dice di non fare nulla. Se dovessimo dimenticarlo, la lobby più temibile d’America, quella delle fabbriche di armi, ci cascherà addosso con tutto il peso del suo seguito e dei suoi finanziamenti politici. Nel tempo, la “National Rifle Association” - nata come un innocente club di tiro segno - è diventata una colossale macchina che negli ultimi cinquant’anni ha preso una decisa coloritura politica, che prima non aveva, diventando uno dei maggiori finanziatori dei candidati repubblicani, i quali tendono a reciprocare questa simpatia.


430 milioni di armi da fuoco in giro per il paese sono difficili da estirpare. Non è solo la facilità con cui gli Americani si approvvigionano di armi (per quantità e capacità tanto elevate che i nostri soldati della seconda guerra mondiale avrebbero solo potuto sognare), forti di una norma costituzionale che afferma, si dice, la illegittimità di qualsiasi restrizione al “diritto di detenere e portare armi”. Convenientemente, si trascura la prima parte della disposizione, che relativizza questa affermazione collegandola al bisogno di disporre “di una Milizia regolare, necessaria alla sicurezza di uno Stato libero”. Si noti che il concetto di “milizia” era ben noto e compreso negli States ancor prima della stesura della Costituzione, e fu regolato da una specifica legislazione fin dagli ultimi decenni del ‘700.

Eppure a nessuno si richiede oggi di arruolarsi nella milizia se vuole acquistare un’arma, anche se la milizia esiste, ed è la Guardia Nazionale, creata da ciascuno degli Stati dell’Unione e posta sotto il comando del rispettivo Governatore - salvo che il Presidente eserciti la prerogativa di “federalizzarla” in caso di calamità o agitazioni popolari. Se il porto d’armi fosse condizionato all’arruolamento, per quanto lieve possa essere questo obbligo (obbligo di presentarsi “part time” all’addestramento o allo spiegamento in operazioni militari autentiche oltre che in caso di catastrofi naturali), si potrebbero avere meno casi patologici, più cittadini responsabili e anche meglio capaci di maneggiare le armi: un mezzo migliaio di persone muore in America per ferite accidentali di armi da fuoco, ogni anno.


Questo è un anno elettorale e rischia di essere politicamente un anno difficile per il partito al governo; il distanziamento tra i partiti è arrivato a un livello record e le possibilità di concordare una politica condivisa su scala nazionale sono basse, a dir poco. Se l’argomento è popolare per un partito, l’altro farà di tutto per impedire che ne esca qualcosa di positivo; se non è popolare, certamente non impedirà il fallimento. Solo un movimento popolare trasversale potrebbe smuovere le cose e puntare i riflettori su quella che è forse la maggiore, gratuita, vergogna della Repubblica. Dal 2000, più di 300.000 ragazzi sono stati coinvolti in sparatorie, con molti feriti; circa 200 hanno perso la vita, più che in un anno nella guerra del Golfo.


Non è dunque più il momento per un minuto di silenzio. È il momento piuttosto per un lungo, rabbioso urlo di sei mesi, da qui alle elezioni, da parte delle migliaia di genitori che soffrono e dei milioni che domani accompagneranno a scuola i loro bambini, non osando chiedersi se sarà l’ultima volta.


Franklin

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