Vite parallele tra Roma e Berlino

Lettera da Berlino


Secondo Plutarco, autore della raccolta di biografie Vite parallele, “molte volte un'azione da poco e una parola e una battuta producono un'attestazione della personalità più che battaglie con innumerevoli caduti e i più grandi schieramenti di truppe e assedi di città”: un’affermazione che ben descrive la conferenza stampa del Presidente del Consiglio Draghi e della Cancelliera Merkel, tenutasi lo scorso 21 giugno a Berlino. Entrambi hanno dato prova del clima disteso che anima la relazione italo-tedesca in questi mesi, rimarcando come i due Paesi siano ora più che mai uniti nel fronteggiare in una dimensione europea e globale le sfide dei prossimi anni.

Rispetto ai toni roboanti a cui siamo stati abituati dal dibattito politico e mediatico nei mesi della pandemia (e non solo), questo bilaterale si è svolto al tempo di un andante. Lo statuario aplomb dei due capi di governo, che qua e là lascia il posto agli immancabili convenevoli calcistici, parrebbe la vera stella polare della loro vis retorica (nonché politica). Merkel e Draghi possono infatti contare su una cooperazione che risale già al mandato di Draghi alla presidenza della BCE: anni contraddistinti da divergenze di vedute, forti tuttavia di una profonda stima reciproca. In virtù di questa mutua fiducia, il rapporto fra Germania e Italia appare “profondo, duraturo, solido”, come ha ripetuto più volte Draghi, così inquadrato all’interno di coordinate condivise, quali l’europeismo e l’atlantismo.

La novità della conferenza può essere difatti individuata in una ritrovata armonia geopolitica fra Italia e Germania, ben innestata in un contesto europeo. I due Paesi continuano anzitutto a essere legati da una complementarità di interessi politici ed economici, basti pensare al ruolo svolto dalla Cancelliera a sostegno del NEXT Generation EU, di cui l’Italia sarà il maggiore beneficiario. Vi è inoltre un chiaro e comune intento a ricalibrare l’asse transatlantico alla luce della nuova amministrazione Biden, con il riconoscimento degli Stati Uniti come principale alleato dell’Unione nel contesto globale, anche e soprattutto di fronte alle altre grandi potenze, Russia e Cina prime fra tutte.

È in tale quadro che assume significato il progetto condiviso sulla “dimensione esterna” nella gestione della questione migratoria, che vorrebbe perfezionare il “modello Turchia” e estenderlo al continente africano. La soluzione che verrà sottoposta al prossimo Consiglio europeo, di importanza cruciale per entrambi i Paesi, è di natura tanto geografica quanto politica. L’Italia è un paese di primo approdo, crocevia di spostamenti secondari spesso illegali che portano i migranti in Germania. Ciò porta a una instabilità politica interna, causata dalla percezione da parte degli elettorati di una gestione approssimativa della migrazione che subordina la sicurezza dei cittadini. La volontà è quella anzitutto di spostare la questione a livello europeo, al fine contenere la migrazione illegale a partire dai paesi di origine, rafforzando la presenza dell’Unione in regioni come il Sahel, Mali, Etiopia e Eritrea.

Il breve tête-à-tête italo-tedesco ha quindi confermato come il rapporto fra i due Paesi rappresenti un vero terreno fertile per porre le basi per un rilancio dell’UE nei prossimi anni, a partire da una dimensione pragmatica della relazione italo-tedesca orientata al raggiungimento di obbiettivi concreti e condivisi. Merkel e Draghi hanno dato prova di essere due ethos affini: lontani dai riflettori, animati da un interesse per il proprio Paese che non scade nel sovranismo, ma che è sempre declinato in una più ampia prospettiva europea. Senza dubbio una congiuntura fortunata, eppure, vista l’imminente fine del mandato di Merkel e l’incerto futuro di Draghi, anche ahinoi passeggera. È forse proprio nel loro esempio e nelle linee guida finora delineate da Merkel e Draghi che Italia e Germania possono continuare a costruire, con moderatezza e caparbietà, due vite parallele anche negli anni a venire.


Matteo Scotto

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