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Votiamo NO al referendum sul taglio dei parlamentari

Fin dall’inizio delle sue pubblicazioni Il Commento Politico ha ritenuto necessario accendere un riflettore sul prossimo referendum relativo al taglio dei parlamentari. Consideriamo positivo che negli ultimi giorni il Partito Democratico abbia posto questa questione ai primi posti dell’agenda politica. Il PD fa discendere il proprio giudizio sulla riforma dalla circostanza che, prima del referendum, sia varata una nuova legge elettorale proporzionale, in modo da attutire in parte gli effetti negativi della riforma stessa. Una posizione che deriva dal fatto che su questa base era stato definito l’accordo di maggioranza.

Noi riteniamo invece che, in ogni caso, un Sì al referendum costituirebbe un via libera ad una riforma costituzionale sbilenca, inutile e pericolosa per l’equilibrio fra i poteri. Sbilenca perché avulsa da un disegno complessivo di razionalizzazione del ruolo del Parlamento. Inutile perché suggerisce il conseguimento di tagli al bilancio pubblico che invece sono irrisori. Pericolosa perché nasce in realtà non dalla volontà di punire le malefatte della “casta” ma per dare un colpo al principio della democrazia rappresentativa.

Vedremo presto se questo referendum avrà luogo: il 12 agosto la Corte Costituzionale dovrà esprimersi su una serie di ricorsi che lamentano sia l’incostituzionalità di una modifica che viola, da un lato, i più elementari diritti di rappresentanza politica dei cittadini, discriminando allo stesso tempo le regioni più piccole; dall’altro lato, il diritto dei cittadini ad esprimersi su un tema così delicato senza i condizionamenti connessi all’abbinamento della consultazione referendaria con elezioni regionali di alto significato politico.

Se, tuttavia, il referendum dovesse tenersi, è bene segnalare due altre fondamentali ragioni per cui sarebbe molto auspicabile che la riforma costituzionale non entri in vigore.

La prima. Tutto il Paese, ed in primis il governo, si sta interrogando su come non mandare sprecata l’irripetibile occasione di utilizzare i cospicui fondi che l’Europa ha deciso di metterci a disposizione per rilanciare la nostra economia che, già depressa, è stata messa in ginocchio dall’epidemia. Ebbene, è opinione comune che una rinascita dell’Italia debba passare sia attraverso investimenti mirati in settori strategici (opere pubbliche, digitalizzazione, razionalizzazione del modello energetico, ecc.), sia attraverso una serie di riforme legislative attese da tempo immemorabile, come la riduzione dei tempi dei processi civili, la semplificazione amministrativa, le procedure per gli appalti e così via. Queste riforme imporranno al Parlamento un lavoro costante, impegnativo e fruttuoso. È mai possibile che, in un momento così cruciale per il futuro del Paese, si faccia entrare in vigore una riforma che, dovendo essere poi accompagnata da indispensabili modifiche di altre norme costituzionali, elettorali e dei regolamenti parlamentari, è destinata a paralizzare l’attività delle Camere per molti mesi?

La seconda. Questa riforma è parte integrante del programma originario del Movimento Cinquestelle. Un programma per abbattere il sistema. Poi è arrivato lo straordinario successo elettorale che ha catapultato il Movimento alle massime responsabilità di governo. Da quel momento i Cinquestelle sono diventati una galassia sempre più incontrollata e attraversata da pulsioni contraddittorie ed inconciliabili. In particolare divisa tra chi è divenuto consapevole della delicatezza delle questioni di governo che caratterizzano un Paese avanzato e chi ritiene di potersi ancora consentire il lusso di sentirsi all’opposizione. Quando è prevalsa questa seconda componente è stata imposta all’Italia una riforma come il reddito di cittadinanza, una misura, cioè, non pensata per aiutare persone in provvisoria difficoltà ma per creare posti di lavoro. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: un enorme aggravio per le casse dello Stato a fronte di una risibile ricaduta sull’occupazione. La riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari appartiene alla stessa categoria di proposte: è fumosa, pretenziosa e dannosa. All’interno del Movimento è in corso uno scontro durissimo tra le due componenti che abbiamo ricordato. Si tratta di un confronto necessario, perché è evidente che un chiarimento politico nel partito, che è forza di maggioranza relativa in entrambi i rami del Parlamento, è indispensabile. Il tema del referendum, proprio perché appartiene alle origini del Movimento, può quindi costituire un’occasione pretestuosa per una ricomposizione del partito fittizia e non utile al Paese.

I cittadini elettori, di tutti gli orientamenti politici, hanno quindi in mano uno strumento decisivo affinché il chiarimento necessario all’interno dei Cinquestelle non sia ulteriormente ritardato e affinché prevalga la parte che ha deciso di contribuire allo sforzo cui tutto il Paese è chiamato per uscire dalla crisi e riprendere la via della crescita.

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