Whatever it takes

Molti autorevoli osservatori, da Stefano Folli a Enrico Cisnetto, scrivono in questi giorni che l’orizzonte politico dell’esecutivo è troppo incerto se paragonato alla pesante eredità che Mario Draghi ha avuto in consegna. In pochi mesi, quelli che ci separano dall’elezione del nuovo Presidente della Repubblica e cioè da un passaggio che potrebbe vedere Draghi tra i protagonisti, l’attuale premier potrebbe al massimo mettere mano alle questioni più scottanti: vaccinazioni e piano per il Recovery. Si dovrebbe perciò pensare ad un tempo un po’ più lungo (fino alla fine naturale della legislatura nel 2023), immaginando un breve prolungamento del mandato di Mattarella che consenta di mettere in sicurezza i primi risultati raggiunti.

Noi crediamo che le preoccupazioni di Folli, Cisnetto e molti altri siano giustificate e rappresentino un significativo passo avanti in un percorso di seria riflessione sulle prospettive del Paese. Ma riteniamo che l’impostazione debba essere diversa ribaltando il paradigma su cui esse, forse per eccessivo realismo, sono incardinate.

Non si tratta di stabilire che cosa si possa fare nel lasso di tempo concesso, sia esso un anno o un biennio. Il punto di partenza è stabilire di quanto tempo il Paese ha bisogno per uscire finalmente da una stagnazione che dura da troppo tempo e che il Covid ha tragicamente acuito. Questo vale per il piano internazionale, per il piano europeo e per la situazione italiana.

Sul piano internazionale, l’Italia deve approfittare delle nuove prospettive che si aprono con la presidenza Biden. Deve farlo per motivi geopolitici e per motivi di carattere strettamente economico, perché non basterà il Recovery a risollevarci ma è necessario che, accanto alle risorse europee, possa affluire da noi una cospicua parte di risparmio internazionale sotto forma di investimenti. Ciò potrà avvenire solo in costanza di un solido legame transatlantico di fiducia. Richiede tempo e richiede che l’interlocutore degli Stati Uniti sia autorevole e pienamente affidabile.

Sul piano europeo, è evidente che l’Unione è in un guado di cui deve completare l’attraversamento. Accanto alla scelta coraggiosa del Recovery permangono tutte le fragilità europee sul terreno del bilancio comune e, come ben ha dimostrato la gestione del Covid, sul piano della ricerca comune e della sanità. In una situazione in cui la Germania, con la sostituzione di Angela Merkel, avrà almeno per un certo tempo una minore autorevolezza, e in cui la Francia registra le difficoltà di Macron, solo una presenza forte alla guida del nostro Paese può aiutare l’Europa a fare i necessari passi in avanti. Dunque la forza e la continuità della Presidenza del Consiglio italiana sono condizioni indispensabili per noi e per l’Europa.

Sul piano interno, i nodi che attanagliano il Paese e che ne impediscono lo sviluppo sono colossali: pubblica amministrazione da riformare; ripensamento del rapporto tra Stato, Regioni e Comuni; velocizzazione del processo civile; riforma fiscale. Altri potrebbero essere ricordati.

Per muoversi efficacemente su tutti questi piani non si può partire chiedendosi quanto tempo abbiamo a disposizione. Occorre dire con chiarezza come vincere questa sfida cruciale e schierarsi di conseguenza per mettere in campo le scelte e gli strumenti per farlo.

Per consolidare la fiducia internazionale, per riformare l’Europa presto orfana della cancelliera Merkel, per liberarci delle annose zavorre che all’interno ci paralizzano, abbiamo già in campo la squadra migliore: Mattarella e Draghi.

Facciamo loro svolgere il lavoro che hanno già dimostrato di saper fare egregiamente in Italia e all’estero, per tutto il tempo necessario che non può essere né di un anno, né di due anni. È il tempo di una legislatura intera, un quinquennio.

Questa non è solo una proposta. È una necessità assoluta. Supponiamo che il periodo Draghi si interrompa presto. Le forze politiche sarebbero in grado di riprendere in mano il Paese e portare avanti l’agenda a tre dimensioni su cui ci siamo soffermati?

Come ampiamente era prevedibile, mentre Mario Draghi cerca di timonare la navicella Italia tra le onde agitate dell’epidemia, le forze politiche stanno iniziando a riflettere su come dare a sé stesse una nuova fisionomia, recuperando identità divenute labili ed immaginando possibilità di alleanze plausibili e vincenti.

Non è un compito facile perché gli obiettivi che esse vorrebbero darsi si scontrano con difficoltà che non si superano in un giorno.

Nel centro-destra la tradizionale coalizione è stabile ma solo in senso statico, cioè se resta immobile. Se però tenta di muovere qualche passo iniziano i problemi: nella concreta azione di governo, perché due partiti appoggiano l’esecutivo ed il terzo vi si oppone; perché è in corso una rivalità sulla leadership dell’alleanza, dal momento che i sondaggi, pur confermando la prevalenza della Lega su Fratelli d’Italia, fanno emergere che il tasso di popolarità dei due rispettivi leader li vede ormai appaiati; perché la ricerca di Salvini di una nuova collocazione europea insieme ad ungheresi e polacchi si scontra col fatto che il premier di Varsavia è tuttora parte importante ed integrante del gruppo di cui è presidente Giorgia Meloni; infine, perché questi movimenti iniziati tra le forze conservatrici e sovraniste europee fanno tramontare l’ipotesi di un’entrata di Lega e FdI nei Popolari europei e cioè nella compagine di cui Forza Italia è orgogliosa componente italiana.

Nel campo opposto, la situazione si presenta esattamente all’inverso. Potrebbe esserci, come auspicano Letta e Conte, una prospettiva futura di larga convergenza tra un nuovo Ulivo di centro-sinistra ed un rinnovato Movimento Cinquestelle, ma nel breve termine, e cioè a partire dalle alleanze per le prossime elezioni amministrative, i contrasti del recente passato tra le forze che dovrebbero costituire questo schieramento restano molto forti. Dalla perdurante incompatibilità tra Cinquestelle e forze per così dire centriste (Calenda, Renzi, Bonino), all’ancora difficile rapporto tra lo stesso Pd e le forze come Azione e Italia Viva protagoniste di recenti scissioni dal corpo del partito guidato da Letta.

Da questo punto di vista le elezioni a Roma, per le quali ancora accidentato è il percorso per la scelta di un candidato sindaco in grado di competere con il centro-destra, appaiono il banco di prova più significativo.

Riprendendo e concludendo. Il governo Draghi è saldamente in sella, ma, per i motivi accennati, l’equilibrio politico che lo sottende è lungi dall’essere stabile.

Dunque serve un tempo lungo, pari ad un’intera legislatura. Un tempo pari a quello che ebbe Cavour per fare l’Italia e De Gasperi per rifarla.

Non importa che in mezzo ci saranno le elezioni presidenziali e poi le politiche.

I partiti possono scegliere se esplorare in modo convergente questa possibilità o riprendere al più presto strade che ci hanno portato alla paralisi. Possono farlo le forze politiche che oggi appoggiano il governo. O solo alcune di esse.

Se lo facessero sarebbe un grande segnale di chiarimento e di speranza per il Paese.

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