Giulia Massari e Il Mondo di Pannunzio

Premessa

Ci sono periodi in cui un combinato disposto di elementi realizza una sorta di “magica chimica” che produce effetti incredibilmente positivi che analizzati ex post, a stento, si è in grado di ritenere avvenuti.

Per il nostro Paese, il periodo che va dalla fine della seconda guerra mondiale sino agli anni sessanta ed inizio settanta, vede in ogni ambito (politico, sociale, economico e persino artistico) un’età felice che analizzata ora pare appartenere ad un’altra realtà per quanto è distante e non solo in termini temporali.

La fine del ventennio fascista e la fine della guerra con i suoi lutti e le sue distruzioni non solo materiali, consentirono l’affermarsi di una classe politica temprata dalla lotta partigiana e dalla clandestinità che seppe – pur in un’epoca di profonde divisioni ideologiche – manifestare l’attuazione concreta delle comuni passioni politiche varando una Costituzione che a quasi 75 anni di vita dimostra ancora, nonostante le profonde modificazioni della società, la sua validità.

Sul piano economico e sociale il contesto internazionale, recependo gran parte dei dettami keynesiani, favorì le condizioni ottimali di sviluppo e progresso che, insieme a lungimiranti politiche nazionali, dettero vita al cosiddetto “miracolo economico italiano”. L’Italia uscì così, in pochi anni, da secoli di arretratezza.

Ugo La Malfa, Ministro del Commercio Estero, con la liberalizzazione degli scambi del 1951 sconfisse le asfittiche logiche protezioniste, sviluppando le potenzialità della giovane industria, delle PMI e dell’artigianato con l’affermazione di intraprendenti imprenditori.

Su un altro piano – e non sembri temerario collegare i due insigni personaggi – la giovane ed affascinante Palma Bucarelli, dopo aver salvato dalle razzie naziste le preziose opere della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma (GNAM) di cui era diventata Sovraintendente appena trentunenne nel 1941, aprì le porte ad artisti italiani e internazionali come Burri, Picasso, Pollock, Mondrian.

Si compì così – pur tra resistenze ed addirittura interrogazioni parlamentari – una benefica sprovincializzazione anche sul terreno culturale in un Paese che manteneva negli anni cinquanta e sessanta una visione arretrata e conservatrice.

Il Commento Politico – in questa stessa rubrica MEMORABILIA – ha già trattato tali questioni, con Il Paese che non fu: la nota aggiuntiva di Ugo La Malfa e parlando del libro di Sandra Petrignani in Coraggio il meglio è già passato – Addio a Roma, riportando l’effervescenza della vita culturale romana sino alla morte di Pasolini agli inizi degli anni settanta.

Oggi incentriamo la nostra attenzione su un altro versante, quello del giornalismo, trattando – seppur non esaustivamente – l’esperienza de Il Mondo di Mario Pannunzio e in tale ambito di Giulia Massari che ha curato sulla rivista una rubrica, "L’invitato”.


Il Mondo di Mario Pannunzio

La stagione de Il Mondo di Pannunzio iniziò nel 1949 e terminò nel 1966, dopo aver pubblicato 890 numeri.

Non fu soltanto un settimanale cui collaborarono – nelle diverse sedi di via Campo Marzio e via della Colonna Antonina 52, proprio di fronte a Monte Citorio - insigni rappresentanti del giornalismo, della politica, della economia e della cultura.

Fu anche il motore di iniziative politiche e di importanti momenti di ricerca, proposta e critica con l’organizzazione di 12 convegni in nove anni dal 1955 al 1964 tra cui quelli dedicati alla lotta ai monopoli, alla politica del centrosinistra, alla scuola, all’energia elettrica, al nucleare, ai rapporti fra Stato e Chiesa, alla borsa, all’economia, all’unificazione europea.

Nei primi anni di vita del settimanale l’editore fu Gianni Mazzocchi e negli ultimi dieci l’industriale Arrigo Olivetti, cugino di Adriano, e Nicolò Carandini, imprenditore agricolo, nominato ambasciatore a Londra dal 1944 al 1947, nonché padre di Andrea Carandini, illustre archeologo.

Per avere un’idea di cosa abbiano rappresentato Il Mondo e Mario Pannunzio nel contesto dell’epoca basta rifarsi a quanto scritto nel dicembre 2009 su Critica Sociale da Pier Franco Quaglieni, Presidente del Centro Pannunzio .

Se poi si confronta quanto scritto da Quaglieni con quanto riporta Valter Vecellio, esponente radicale, su Il Dubbio nel febbraio 2018, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Mario Pannunzio, emergono i mille aspetti e le mille interpretazioni dell’esperienza sia de Il Mondo sia dello stesso Mario Pannunzio.

Nato a Lucca il 5 marzo 1910, Pannunzio seguì a Roma il padre, avvocato abruzzese di note simpatie comuniste – come ricorda Leone Cattani - che proprio in Unione Sovietica subì il carcere e salvò la vita a stento. Tali vicende segnarono profondamente il figlio Mario che da allora ha combattuto sempre ogni forma di totalitarismo, sia di destra che di sinistra.

Laureatosi in Legge a 23 anni, fondò la rivista Caratteri che però ebbe vita breve, collaborando alla sceneggiatura di alcuni film ed esponendo alcuni quadri alla Quadriennale. Insieme a Arrigo Benedetti fu redattore del noto settimanale Omnibus fondato da Leo Longanesi, curando una rubrica di critica cinematografica sino a quando il settimanale non fu costretto dal Regime a chiudere. Nel 1939, insieme a Benedetti, fondò Oggi, il secondo rotocalco italiano dopo Omnibus, che fu costretto a chiudere nel 1942 sempre perché inviso al Regime.

Nel 1942, Mario Pannunzio scrisse un saggio su Tocqueville, ritenendolo il padre del liberalismo. Durante la Resistenza fondò il Partito Liberale insieme a Carandini, Libonati, Cattani, Brosio, dando vita e dirigendo in clandestinità il quotidiano Risorgimento liberale da dove condusse una serrata lotta al comunismo e alla logica dei governi CNL, tanto da meritarsi da Francesco Compagna l’appellativo di “liberale duro e puro”. Uscì dal PLI nel 1947 per farvi ritorno nel 1951 e nel frattempo collaborò prima a L’Europeo di Arrigo Bendetti, fondando poi nel 1949 Il Mondo.

All’avvento di Malagodi alla guida del PLI nel 1955, lasciò il partito e fu tra i fondatori del Partito Radicale. Chiuso Il Mondo nel 1966, Pannunzio si ritirò e nel 1967, durante la guerra araboisraeliana, assunse una posizione a favore di Israele in aperto contrasto con le posizioni espresse da L’Espresso guidato da Eugenio Scalfari con il quale i rapporti si erano già incrinati con la fine del primo Partito Radicale.

La vita di Mario Pannunzio è stata caratterizzata da grandi sodalizi politici e professionali con le stesse personalità con le quali poi subentravano aspri conflitti e divisioni, come accaduto con Longanesi, Rossi, Scalfari ed altri.

Nel 1968, Mario Pannunzio morì in una clinica romana a soli 58 anni.

Il Mondo nacque dall’incontro fra la cultura crociana e quella di Salvemini ed Einaudi, con l’obiettivo di realizzare una terza forza liberale, democratica e laica capace di essere alternativa ai due blocchi “confessionali” dell’epoca: la Democrazia Cristiana e la sinistra egemonizzata dal PCI.

Come ricorda Valter Vecellio, Il Mondo si pose subito all’attenzione non solo per i contenuti e per le importanti collaborazioni, ma anche per la grafica estremamente moderna e l’uso delle foto che denunciava una maniacale cura operata dallo stesso Pannunzio insieme a Flaiano e Mezio, tanto da far ricordare alla stessa Giulia Massari: “Una delle caratteristiche del giornale è la perfetta rispondenza fra scrittura e fotografia”, facendo nascere un vero e proprio “genere fotografico”.

Rosario Romeo afferma: “Intorno a Il Mondo si riunisce un gruppo di intellettuali tra i più impegnati moralmente e politicamente che la storia italiana ricorda”. Un modello di giornalismo, quindi, che esercita anche una funzione morale, culturale e politica.

Tali e tanti sono gli illustri personaggi dell’epoca che collaborano con Il Mondo che si rischia facilmente di dimenticarne colpevolmente qualcuno.

Sempre Vecellio ricorda: “Chi fa parte di questo straordinario milieu politico - culturale? Si chiamano Arrigo Benedetti, Ennio Flaiano, Vitaliano Brancati, Vittorio de Capraris, Mino Maccari, Amerigo Bartoli, Giorgio Vigolo, Alessandro Bonsanti, Carlo Antoni, Giulia Massari, Panfilo Gentile, Mario Ferrara, Ernesto Rossi, Niccolò Carandini, Leone Cattani, Chinchino Compagna, Gaetano Salvemini; e anche alcuni giovanissimi che poi ritroveremo: Pannella, Eugenio Scalfari, Angiolo Bandinelli, Giovannino Russo. Tutto il meglio di quegli anni approda e transita al Mondo.

Pannunzio riceve e legge i giornali a letto al risveglio, dopo aver fatto le ore piccole in via Veneto o da Rosati, a piazza del Popolo; le sue giornate scandite da fittissimi colloqui con i leader e gli esponenti del mondo laico, dai La Malfa ai Saragat, fino a Salvemini che fa coabitare con Croce e don Sturzo, Altiero Spinelli, Luigi Einaudi… oppure a ispirare i famosi ‘taccuini’, a correggere bozze, ideare titoli. Paziente e certosino lavoro di artigiano creatore.”

Pier Franco Quaglieni ricorda: “Contro tutti i conformismi, gli attentati alle libertà civili, le prevaricazioni di certi gruppi economici privilegiati, il totalitarismo di ogni colore, si schierò sempre "Il Mondo" in nome della libertà e della laicità. La laicità di cui si fece portavoce "Il Mondo non si ridusse ad un semplice atteggiamento critico nei confronti della Chiesa di Pio XII: essa fu, diversamente da quella ottocentesca, un atteggiamento culturale di fondo.

Per una vissuta e consapevole scelta di campo "Il Mondo" fu fermamente antifascista, attraverso il contributo di Calamandrei, Rossi, Saragat, Calosso e La Malfa e le sia pur diverse motivazioni di Croce e di Salvemini, ma "Il Mondo" seppe sempre battersi, con fermezza, contro anche l'altra immensa tragedia del Novecento: il totalitarismo marxista.”

Quel comunismo che in Italia si presentava allora, sotto la leadership di Palmiro Togliatti, con un messaggio accattivante che nascondeva la totale adesione alle posizioni dell’URSS con un riferimento alla “via italiana al socialismo” che sembrava invece accennare a una autonomia di giudizio e di posizioni politiche.

“Nei suoi editoriali, nelle sue rubriche, nei suoi articoli, nelle sue memorabili inchieste – continua Quaglieni - "Il Mondo" preannunciò i temi di molte lotte per una società più democratica e più "aperta", per usare un'espressione di Karl Popper, filosofo allora sconosciuto e bandito in Italia, temi che emergeranno nel dibattito culturale e politico con parecchi anni di ritardo nel nostro Paese.

Tra i tanti illustri autori di famose inchieste e iniziative, Quaglieni ricorda: “Antonio Cederna che guidò la battaglia contro il saccheggio urbanistico. Sul tema del malgoverno del patrimonio artistico nazionale, ricordiamo poi Carlo Ludovico Ragghianti con la sua inchiesta condotta nel 1962. Ernesto Rossi - il più grande polemista della famiglia pannunziana - ci dava le sue clamorose inchieste.

Ricordiamo quelle sui "trust" economici, sul cinema, sul funzionamento della Rai-TV. Achille Battaglia indagava sul funzionamento della giustizia; Gino Bellavita svelava i segreti delle "cinque polizie". Guido Calogero, invece, metteva mano nella già allora dolorosa piaga della scuola. Francesco Compagna (che continuò la battaglia sulla rivista "Nord e Sud") fu, oltre a Salvemini, un altro acuto indagatore dei problemi del Sud.

Altro tasto fu l'industrializzazione, filo conduttore del meridionalismo liberale e degli interventi meridionalisti de "Il Mondo". È del '60, infatti, la discussione, poi raccolta in volume dalle edizioni di Comunità (Il Mezzogiorno davanti agli Anni Sessanta), sull'industrializzazione del Mezzogiorno, cui parteciparono studiosi come Bruno Caizzi, Paolo Sylos Labini, Augusto Graziani, Giovanni Cervigni, Franco Libonati, Gino Luzzatto.

Le molte migliaia di articoli usciti in quasi diciotto anni su "Il Mondo" costituiscono un materiale enorme di studio e di testimonianza su cui solo di recente si è incominciato a indagare con rigore storico. Potremmo ricordare, ancora, le indagini sui ministeri di Paolo Pavolini, quelle sui partiti di Giacomo Perticone, le inchieste di Giorgio Galli sui sindacati, di Bruno Caizzi sull'industria, di Ignazio Weiss sulla stampa.

La politica estera era rappresentata ne "Il Mondo" dagli articoli di Carlo Sforza, Altiero Spinelli, Augusto Guerriero, Antonio Calvi, Nicolò Carandini, Aldo Garosci ed altri. Ma la linea di politica estera de "Il Mondo" fu costantemente stabilita dagli articoli di Nicolò Carandini, ambasciatore d'Italia a Londra che De Gasperi avrebbe voluto suo ministro per gli Esteri.”

Le pagine politiche vedevano a loro volta frequenti interventi di Ugo la Malfa. Si può dire che la preparazione della svolta di centrosinistra ebbe nel Mondo uno dei maggiori protagonisti. Quanto al programma del centrosinistra esso fu largamente sviluppato nei convegni del Mondo cui si è accennato. Memorabile, ad esempio, quello sulla nazionalizzazione dell’energia elettrica.

Sempre secondo Quaglieni: “Un originale esempio di impegno intellettuale e culturale è offerto dalle diverse rubriche de "Il Mondo", testimonianza di una lotta continua al fanatismo, alla faciloneria, al cattivo gusto. Ciò è dovuto al fatto che i curatori delle varie rubriche, alcuni dei quali restarono al proprio posto dal primo all'ultimo numero, cercarono sempre di andare al di là della particolarità e contingenza dell'argomento trattato e si riservarono sempre un più vasto campo di indagine e di giudizio.

Giulia Massari, nella sua celebre rubrica "L'Invitato", tracciava un malizioso e realistico ritratto di una certa società romana e delle sue frivolezze. In "Ventesimo secolo" Augusto Guerriero parlava di politica estera. In "Scandalusia", Ernesto Rossi lanciava il suo "j'accuse" contro "i padroni del vapore". Guido Calogero scriveva il "Quaderno", Carlo Laurenzi "Usi & Costumi", Ennio Flaiano il "Diario notturno", Rodolfo Wilcock il "Panopticum". Le "Cronache della sera" erano le pagine dedicate allo spettacolo.

Dal primo all'ultimo numero Giorgio Vigolo scrisse di musica. Il teatro fu seguito prima da G. B. Angioletti, poi da Nicola Chiaromonte. Di cinema scrissero Flaiano, Corrado Alvaro e, dall'inizio del 1953, Attilio Riccio. Gli specialisti per le arti erano Alfredo Mezio, Lionello Venturi (1951-1955) ed Eugenio Battisti (dal 1954 in poi).

Arnaldo Bocelli, che univa la preparazione tecnica all'attenzione per i nuovi scrittori, ci diede nelle sue recensioni il più aggiornato repertorio della letteratura italiana contemporanea. Per le letterature anglosassoni abbiamo, invece, le recensioni di Gabriele Baldini e di Alberto Arbasino; Nino Franck curò le recensioni sulla letteratura francese e Gustavo Herling quelle sulla letteratura russa. Ricordiamo, ancora, le rubriche di Giuseppe Raimondi, "Dare e avere" (dal 1951 al 1954) e la "Valigia delle Indie" (dal 1955 al 1956), e di Alessandro Bonsanti, il "Portolano".

Le fotografie costituivano, assieme agli articoli e alle vivaci rubriche, un animato ritratto dell'Italia di quel periodo, i cui limiti venivano svelati e messi alla berlina con gusto ed ironia. Facevano loro compagnia le vignette di Amerigo Bartoli (suo, fra l'altro, era il disegno della testata de "Il Mondo") e quelle di Mino Maccari. Le vignette de "Il Mondo" s'inserivano benissimo nel piano di battaglia del giornale, di cui costituivano il necessario ed efficace completamento "visivo". Questa capacità di sintesi tra linguaggio scritto e visivo era stata sicuramente sollecitata in Pannunzio dall'indubbio magistero estetico e grafico esercitato da Longanesi.

Il bilancio de "Il Mondo" comprende anche una buona parte della narrativa italiana di quegli anni. Gli scrittori che Mario Pannunzio chiamò al giornale non rifiutavano un rapporto fra letteratura e società; attraverso l'arma dell'ironia, dell'acuta critica di costume o della rappresentazione delle più drammatiche piaghe sociali evidenziavano anche i problemi della società italiana e quanto permaneva in essa di illiberale, di "medioevale", di retorico.

Vitaliano Brancati pubblicò su "Il Mondo", nei primi quindici numeri del 1949, il suo Bell'Antonio. Decine di altri scrittori collaborarono a "Il Mondo", vi fecero conoscere le proprie opere o ne ebbero il battesimo della notorietà. Ugo Facco de Lagarda pubblicò Il borgo addormentato e Le nozze di Carla, Tommaso Landolfi Ottavio l'impostore, Anna Maria Ortese L'iguana, Giovanni Comisso La donna del lago, Camillo Sbarbaro gli Scampoli. Scrissero su "Il Mondo" Moravia, Soldati, Alvaro, Maraini, Bacchelli, Pasolini, Cassola, Morante, Silone e, ancora, Angioletti, Cancogni, Baldini, Flaiano, Quarantotti-Gambini, Tacchi, Tobino, Arpino, Calvino, Arbasino, Wilcock. Di autori stranieri, comparvero su "Il Mondo" L'Inganno di Thomas Mann, 1984 di Orwell, Il caro estinto di Waugh".

Come ricorda sempre Quaglieni: “All’Italia di Peppone e Don Camillo, Mario Pannunzio e Il Mondo opponevano l’Italia colta, sprovincializzata, laica e liberaldemocratica” affermando tra l’altro: “Continuatori sul terreno politico del "Mondo" furono non certo i "nuovi" radicali di Marco Pannella, ma i repubblicani Ugo La Malfa, Francesco Compagna e Giovanni Spadolini”.

In breve, un grande patrimonio politico e culturale entrato giustamente nel mito del giornalismo e non solo.


Giulia Massari e L’invitato

Scrivere di Giulia Massari, specialmente in periodi di lockdown, è molto difficile in quanto Internet, così generoso di notizie, su tale personaggio riserva ben poco anche a causa della sua proverbiale riservatezza personale che – ci è stato confidato – la farà ora rigirare nella tomba, sapendo che si sta scrivendo di lei.

Per avere informazioni, ci sono venuti fortunatamente in soccorso gli amici della Fondazione Ugo La Malfa – FULM ed in particolare Daniela Lecaldano e Giorgio La Malfa. Giulia Massari negli ultimi anni partecipava alle attività della Fondazione e ad essa volle lasciare circa 8.000 volumi di letteratura italiana e straniera.

Figlia dell’alta borghesia di Lecce, studia a Firenze dove si laurea discutendo una tesi con Giuseppe Ungaretti entrando giovanissima nella redazione de Il Mondo di Mario Pannunzio, dove inizia dal basso una splendida carriera da giornalista che la rende una delle colonne portanti del settimanale.

Molto riservata, elegante e con una innata classe, fra i suoi amici più cari si ritrovano Alberto Arbasino, Massimo Teodori e Fabio Mauri, mentre con Gigino Fiocca, cronista parlamentare napoletano di altrettanta eleganza, inizia a convivere in una casa dalle parti di Ponte Milvio a Roma.

Dopo la chiusura de Il Mondo ha iniziato a collaborare con L’Espresso prima della direzione di Eugenio Scalfari, verso il quale nutriva gli stessi sentimenti non positivi di Mario Pannunzio, per passare poi alla direzione di Play Boy e quindi a Il Giornale di Indro Montanelli.

Oltre all’attività giornalistica, Giulia Massari si contraddistinse per l’attività in seno al Partito Radicale tanto che per la sua scomparsa nel gennaio 2015, Marco Pannella, Maurizio Turco e Valter Vecellio firmarono il seguente comunicato diffuso dall’ANSA:

"Con Giulia Massari i Radicali perdono una compagna, un'amica di sempre, che da sempre sosteneva le iniziative e le battaglie per i diritti civili ed umani che nel corso di questi sessant'anni si sono portate avanti. Formatasi alla irripetibile scuola giornalistica del "Mondo" di Mario Pannunzio, Giulia Massari è stata radicale di quel Partito Radicale che aveva come simbolo la donna con il berretto frigio, ma lo è stata per anni, ininterrottamente, anche nella successiva fase, di rilancio del Partito Radicale, testimone e insieme discreta partecipe di quella grande stagione di progresso e civiltà che ha visto i Radicali promotori e animatori". "Non c'è praticamente stata battaglia o iniziativa politica radicale che non abbia visto Giulia schierata con generosità e impegno, si trattasse della lotta per il diritto dei Radicali a essere conosciuti e giudicati, alle campagne per 'Emma for President', per la moratoria della pena di morte alla campagna internazionale contro le mutilazioni genitali femminili. Un impegno testimoniato dalla puntuale iscrizione, anno dopo anno al partito e ai suoi soggetti costituenti. Ciao, Giulia. Chi ha avuto la fortuna e il privilegio di conoscerla, sa che aveva un grande culto, quello della libertà. Non dimenticheremo - concludono gli esponenti radicali - il tuo impegno, la tua onestà intellettuale, la tua coerenza e il tuo rigore sono per noi un esempio e uno sprone per continuare in quello che abbiamo creduto e crediamo". (ANSA).

Ne Il Mondo al femminile di Carla Sodini, si parla del contributo al settimanale di Pannunzio di illustri autrici che hanno fatto poi la storia del giornalismo e della letteratura italiana, tra le quali un posto sicuramente di primo piano è occupato da Giulia Massari.

Giulia Massari un pilastro della redazione - afferma infatti la Sodini - con la sua ironica diffidenza, il suo understatement. Talmente snob Giulia, che di rado si firmava con nome e cognome. Era L’invitato. Massimo Teodori, non mise mai in primo piano il contributo femminile a Il Mondo, accenna solo a Giulia Massari, definendola «brillante giornalista di costume», amica sincera di Mario, spesso presente agli incontri nei locali alla moda romani frequentati da gruppi esclusivi di intellettuali.”

Carla Sodini invece afferma: “A parte il fatto che il giornalismo di costume, ebbe ne «Il Mondo» un ruolo importante in quanto specchio della società contemporanea in tutte le sue espressioni, Giulia Massari fu ben altro sul piano professionale. Fu una giornalista completa, la memoria storica del periodico, la combattiva sostenitrice di tutte le battaglie per l’emancipazione femminile e la difesa dei diritti civili. Il suo percorso professionale all’interno del settimanale fu abbastanza lento e graduale fino a metà degli anni’50 per divenire più intenso e combattivo con il passare del tempo, soprattutto dopo l’adesione al Partito radicale. Certamente si era interessata e continuò a interessarsi di cronaca mondana con uno sguardo divertito e una scrittura lievemente ironica. Si attenne anche al genere della corrispondenza tanto cara a Pannunzio con la descrizione dei suoi viaggi all’estero. Fu critico letterario e giornalista di cronaca nera, ma fu anche e soprattutto la donna che difese il diritto alla libertà di culto e a una giustizia equa. Scrisse sulla pornografia, sulle speculazioni in Sicilia, sulle bische clandestine, sul gioco d’azzardo, sul matrimonio, sui bambini abbandonati, sul banditismo in Sardegna, sulle diversità fra uomo e donna, e su tanti altri problemi dell’Italia di allora. Anticipò anche quello dell’eutanasia. Pannunzio non ebbe mai nei confronti della Massari un atteggiamento censorio anche se alcuni dei suoi articoli gli procurarono seri problemi.”

Sul contributo delle donne a Il Mondo, specifica la Sodini: “Se prendiamo come riferimento l’indice del «Il Mondo» nell’edizione completa edita da Giovanni Spadolini, risulta che, nell’arco dell’esistenza del settimanale, furono 133 le giornaliste e scrittrici che pubblicarono sul settimanale. Occorre inoltre notare che solo 16 di loro pubblicarono più di 20 articoli mentre 49 ne scrissero uno solo. Ma anche fra queste firme “occasionali” comparivano nomi eccellenti come Natalia Ginzburg, Angelica Balanoff, Camilla Cederna, Virginia Woolf, Katherine Anne Porter, Evelyn Waugh, Rosellina Balbi, Alda ed Elena De Caprariis, Gina Lagorio, Edith Warton vincitrice del premio Putitzer del 1921, Maria Teodori".

E su Giulia Massari specifica: “Nella classifica delle giornaliste di maggiore incidenza su «Il Mondo» Giulia Massari detiene il primato con 413 articoli con la sua firma (fra cui 110 facenti parte della rubrica Mano nera da lei curata dal dicembre del 1956) e 839 siglati L’invitato, la rubrica di costume inventata assieme a Flaiano e Pannunzio.”

Ma le cronache mondane, firmate L’inviato, dell’ironica e graffiante Giulia Massari non risparmiano nessuno e talvolta i carnefici diventano vittime, in una sorta di legge del contrappasso.

Così nel luglio 1998 Laura Laurenzi su La Repubblica, nel pezzo intitolato Quella disfida tra Capalbio e Cetona, descrive Giulia Massari – e il suo compagno Gigino Fiocca – tra i fondatori della colonia di Cetona, alternativa a quella di Capalbio.

Un bell’articolo quello della Laurenzi, tutto da leggere e ben informato, salvo su quanto si diceva a Capalbio su quelli di Cetona, definiti con una punta insieme di rispetto ed ironia: “il cimitero degli eleganti”, come ci è stato riferito.

Dalla FULM - che conserva le raccolte complete de Il Mondo di Mario Pannunzio – abbiamo ricevuto alcuni degli innumerevoli articoli firmati da Giulia Massari nella rubrica L’invitato, da cui abbiamo tratto – sintetizzandoli - i seguenti ritratti della società romana dell’epoca:


N. 46 del 15 novembre 1952 – DISTRARSI

Contraddicendo quanti affermavano che all’epoca Roma era una città non ricca di distrazioni, con gli intellettuali costretti a dividersi a seconda delle simpatie politiche fra i caffè di Via Veneto e Piazza del Popolo, Giulia Massari parla della prova generale de La locandiera di Goldoni messa in scena da Luchino Visconti in una versione “drammatica e piuttosto fredda”. Tutti i migliori esponenti dell’intellighenzia erano presenti, ma la versione di Visconti, specie nel primo tempo, non riscuoteva applausi sino a quando una risatina trillò in platea dando la stura ad un susseguirsi di applausi e risate ad ogni battuta di Mirandolina e del Cavaliere, denunciando così quel certo conformismo che alligna dovunque. Uscendo dal teatro, qualcuno andava al caffè, altri al ristorante mentre di notte Roma ospitava le riprese a piazza della Consolazione di un film di Mastrocinque con svogliate comparse e in piazza Termini un film di Vittorio De Sica. Insomma, Roma quella notte appariva veramente una grande metropoli.


N. 16 del 18 aprile 1953 – RUGBY

Alle ore 15 di una giornata afosa, convenivano sul campo dell’acqua Acetosa ai piedi dei Parioli gli appassionati di questo sport, figli degli industriali o dei benestanti del vicino quartiere che “durante la giornata hanno fatto telefonate ad amici che si chiamano Titti, Foffo, Luisella, telefonate lunghe, tediose e tediate, per combinare qualcosa per il pomeriggio o l’indomani: partite di bridge, gite, scappatelle nelle trattorie romanesche, appuntamenti per rivistine di varietà dove c’è un comico che a sentir loro fa faville. Ora sono sul campo dell’Acqua Acetosa divisi in due tribune, ma gli appassionati del nobile gioco hanno portato con sé i binocoli onde non perdere il piacere di salutare l’amico capitato nell’altra tribuna………….I maschi indossano giacche sportive all’apparenza trasandate, camice aperte sul collo e consunti indumenti di daino. Anche le ragazze indossano indumenti di daino ma nuovi, tailleurs primaverili con bracciali colorati o fili di perle coltivate. Ma è possibile che si conoscano tutti? Si, avendo fatto del rugby una specie di monopolio privato che è permesso frequentare solo in virtù del denaro e del nome che hanno.”

Il tifo verso i giocatori è fatto con incitamenti per nome, come se gli stessi giocatori non avessero cognomi, comprovando così amicizia e frequentazione fra spettatori e giocatori. “Sul finire della partita un appellativo se lo prende l’arbitro ma non è quello amabile che coinvolge le mogli, né l’altro che mette in dubbio il suo personale disinteresse. I giovani pariolini con le mani a imbuto sulla bocca gridano “Arbitro cocainomane”. Sul campo il sole sta calando”.


N. 19 del 10 maggio 1955 – CANZONI E REGALI

I giornali pubblicano l’elenco dei doni offerti al Pontefice dai lavoratori ACLI convenuti a Roma domenica 8 maggio per festeggiare il loro decennale. Da un peschereccio di quattro tonnellate, a un blocco di carbone; da molti aratri a dieci quintali di riso e tanto altro. I lavoratori ACLI si ritrovarono, prima di andare nel pomeriggio in Piazza San Pietro per ascoltare il Pontefice, a sciamare per la città tra Villa Borghese e le spallette dei Lungotevere. Nulla li distingueva dai lavoratori di sinistra che spesso manifestavano in città, salvo per un particolare decisivo: non cantavano gli inni dei lavoratori ma canzoni napoletane.

“E coloro che li hanno incontrati quella mattina hanno concluso che non c’era d’aver paura: la rivoluzione non può venire da chi canta canzoni napoletane, da essi non possono essere avanzate pretese assurde, non può essere intaccata una società salda o debole. Questa era la convinzione dei benpensanti di domenica mattina”.

E così di seguito, tanti altri ritratti dei personaggi e della società dell’epoca: dai libri di Ugo Montagna coinvolto nello scandalo Montesi dal significativo titolo “Le memorie di uno smemorato”, ad Anna Magnani che di ritorno dagli USA scrive il libro “Nannarella in America” perché come afferma: “Tutti scrivono libri, perché non dovrei farlo anch’io? In fin dei conti gli occhi ce li ho anch’io!”, alle premiazioni di Carlo Levi e Pia D’Alessandria per il concorso indetto da L’Automobile per racconti inerenti la motorizzazione ed avente come premio una fiammante FIAT 1100, ma essendo due i vincitori gli stessi vengono premiati ciascuno con una FIAT 600.

Dal cha cha cha, il nuovo ballo inventato dal maestro Xavier Cugat, su cui si cimenta la sua esplosiva moglie Abbe Lane, che vede nei locali alla moda esibirsi gli aristocratici dell’epoca con varianti – un bicchiere di whisky posto in testa – per renderlo più difficoltoso, alle principesse che, annoiate dal dolce far niente, si impegnano in attività che dimostrano la loro inettitudine, ai ritratti di Jayne Mainsfield alle prese con giornalisti e fotografi non molto garbati ed educati, al matrimonio fra Sofia Loren e Carlo Ponti, all’adulazione come potente arma per ottenere vantaggi, ai due stabilimenti balneari di Ostia, la Vecchia Pineta e la Marinella, che ospitano mondi agli antipodi, sino allo spogliarello di Aichè Nanah al Rugantino di Trastevere, che qualcuno fa datare come l’inizio della Dolce Vita.

Ma Giulia Massari non trascura certi vezzi di alcuni personaggi di secondo piano che si identificano con i loro datori di lavoro, come il segretario di Alberto Sordi che quando parla declina il tutto con la prima persona plurale, il “noi”; non trascura eventi culturali di livello come l’inaugurazione della nuova sede della Einaudi in via Veneto o l’arrivo a Roma dello scultore Henry Moore che, scortato da Palma Bucarelli, partecipa a tutti gli eventi a lui dedicati da ambienti e mondi molto distanti tra loro.

In breve, un grande caleidoscopio di personaggi, ambienti, mondi distanti e distinti fra loro che componevano una società che, pur tra mille contraddizioni, viveva un’epoca che oggi osserviamo con una punta di invidia, e non solo perché ricorda la nostra giovinezza.

E tanta è la nostra curiosità di approfondire questi ritratti, ringraziando Giulia Massari per averceli tramandati, che non vediamo l’ora di consultare la collezione de Il Mondo quando saremo liberi dal lockdown.


Maurizio Troiani

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